Recensioni

“Small changes” si può leggere come “piccoli cambiamenti”, oppure come “spiccioli”. Nel caso del ritorno, dopo cinque anni, di Michael Kiwanuka il primo significato ci può stare – niente di rivoluzionario: giusto qualche leggero aggiustamento a una formula vincente, come dimostra il Mercury per il precedente album – mentre sarebbe offensivo nei confronti dell’artista londinese liquidare come moneta da poco musica che ha pur sempre una certa grandeur inscritta nel dna, pure quando si presenta come placida e soffusa. Pacificata, verrebbe da dire.
La prima impressione, all’ascolto del disco (prodotto nuovamente in team con Danger Mouse e Inflo), è quella di essere accolti a casa di un vecchio amico che stappa la bottiglia buona e in sottofondo alla conversazione mette su i 33 giusti – Marvin Gaye, Bill Withers, Stevie Wonder, Curtis Mayfield, Al Green; le solite cose che funzionano sempre – mentre ti racconta come gli va la vita, dato che è un po’ che non ci si vede. I figli, il lavoro, il mondo là fuori che è sempre più freddo e inospitale. Lo senti tranquillo, giusto con un velo di malinconia (o è maturità?) in più. Sai cosa aspettarti, da una serata con lui. Nessuna sorpresa, nessuna grande rivelazione, ma te ne torni a casa rilassato sapendo che su un amico così potrai sempre contare.
Non ci sono scosse né picchi, in Small Changes. L’album procede lungo i solchi di ballate soulful dal tono riflessivo e impostate su tempi costantemente medi, che solo raramente si accendono grazie a un solo di chitarra o all’irruzione di archi comunque meno drammatici che in passato. Batteria felpata e dai toni jazz (si ascolti il tappeto ad esempio steso sotto Rebel Soul), un continuo fluire di Hammond e piano elettrico, voce sempre carezzevole e pastosa. L’apertura di Floating Parade ha un che di What’s Going On nel modo quasi incidentale in cui vengono catturati frammenti di armonizzazioni, poi entra un basso profondo che porta invece da un’altra parte ma sempre nel 1971, vale a dire nell’hotel a ore dell’Histoire de Melody Nelson di monsieur Gainsbourg. Gran parte degli arrangiamenti, in effetti, fanno pensare allo stile ornato di Jean-Claude Vannier. O se si preferisce, tanto per mescolare le carte ottenendo sempre la stessa scala, agli Air che si cimentano con il soul (la title track in certi momenti sembra potersi trasformare in una nuova All I Need da un momento all’altro).
Del resto, se ci si sforzasse una volta tanto di non restringere le influenze di un musicista nero alla musica nera, ci si accorgerebbe di quanto Kiwanuka sia ispirato (anche) da bianchissimi songwriter folk, country, psichedelici. Per sua stessa ammissione spuntano nomi sorprendenti come Gene Clark (un certo maestoso spleen da No Other si percepisce qui e là) e persino i Mazzy Star di Fade Into You evocati nella conclusiva Four Long Years. Il cuore del disco è nelle due parti di Lowdown, una splendida reverie gospel-soul innervata a un certo punto da una chitarra acidissima che nella seconda parte ricama invece note languidamente distese alla Albatross.
Si sarà intuito che di “contemporaneo” in Small Changes, e in generale nel modus operandi di Kiwanuka, c’è poco o nulla. Tutto sussurra anni ’70, qui. Le commistioni con i nuovi suoni black non fanno per lui, di elettronica e influssi rap o nu-jazz neanche l’ombra. Vince il classicismo, qui: Delphonics e vinili della Hi del ’73, melodie smooth da cui farsi cullare in una stanza con vetrate luminose, tappeto bianco sul pavimento, l’odore di elettricità e legni di un impianto stereo di quelli di una volta.
Tutto bello, ci mancherebbe. Manca appunto la scossa che scuota dal dolce torpore in cui si è immersi per tutta la durata del disco. Che nella sua innegabile perfezione formale, e con tutta la classe di un musicista dal grande talento e dall’inappuntabile savoir fare come Kiwanuka, rischia di scivolare involontariamente nella funzione di sottofondo elegante e di buon gusto. Destino che non merita.
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