Recensioni

“only something in me understands the voice of your eyes is deeper than all roses”
E. E. Cummings

E’ l’amore in tour. L’amore che l’Italia prova per Micah P. Hinson è commovente e lui che fa? Contraccambia mettendosi a nudo, devastandoci e contorcendosi, restituendo la bellezza umana nella sua forma più alta e splendida: quando è infetta dalle contraddizioni, appunto, dell’amore, lucidandola quando serve.

Delle venature tragiche (eppure distese) hanno segnato la prima data dell’ennesimo tour italiano del cantautore texano: lo straripante e delizioso Apartamento Hoffman di Conegliano Veneto ad esempio – una selva di gambe silenziose, sedute e commosse –, i vuoti e i pieni di Hinson (gli scatti emotivi continui, le occhiate a elemosinare tra le prime file), gli applausi e i sorrisi di tutti tutti, le luci (i flash ricordo a fine concerto) e le ombre (gli infiniti racconti autobiografici, quasi a giustificare ogni pezzo in scaletta).

Nessun disco da promuovere e nemmeno un test assaggia-inediti (solo uno in scaletta, fin troppo acerbo); dunque un concerto intriso fin da subito da decine di gesti propiziatori (le mani immerse nel whisky, la mela mangiucchiata, il corvo impagliato lì accanto) a svuotare all’istante i cuori con un trittico iniziale da overdose: Take Off That Dress For Me (arrabbiata, ma mai da sgolarsi), Seven Horses Seen (una carezza tra accordi appena accennati) e Wasted Ways (non l’unico ripescaggio dal sottovalutato The Baby And The Satellite). La distesa 2s and 3s assaggia gli umori della voce, sussurri e grida a sostenere una melodia dai contorni decisi e talvolta celestiali, per lasciare poi la scena al vecchio singolo Beneath The Rose (“my superhit, in the Top 30!”), alla ciondolante Back In The Ussr dei Beatles – quasi esasperante nella sua lentezza – e ancora all’urlata The Possibilities, ennesimo ripescaggio dal primo album, il classico Micah P. Hinson And The Gospel Of Progress. La setlist è debordante, esclusivamente acustica e onnicomprensiva (due ore che scivolano via come il funerale del vostro peggior nemico); neppure una pausa né una distrazione tra le infinite confessioni e i meravigliosi abbozzi addolorati, volontariamente appena accennati (la rassegnata Patience, una furia sottovoce).

E come se non bastasse sono proprio i bis a riservare il meglio con la dimenticata Suzanne (abbandonata a metà, così lenta così suggestiva, i cori del pubblico a mezz’aria e Leonard Cohen che la maledirebbe), l’inesorabile The Day Texas Sank To The Bottom Of The Sea e l’apice dell’intera serata, una Close Your Eyes che si mangiucchia le parole addosso, così veloce verso la fine a rivelarsi per quel che è: toccante come un’adolescenza alla Edward Bunker. Non c’è nulla di manieristico in tutto ciò. Nemmeno trent’anni e già sul solco dei più grandi.

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