Recensioni

“Irrequieto” lo è per davvero, Michele “Mezzala” Bitossi, una vita spesa tra Laghisecchi, Numero6 (in pausa a tempo indeterminato?) e una carriera solista arrivata al disco numero due con una certa agilità. Lo è soprattutto per una verve che a volte manca persino ai giovanissimi e che lui invece, anno dopo anno, continua a mettere alla prova grazie a un lavoro certosino su album che non passano mai inosservati. Si tratti o meno della sindrome di Peter Pan, poco importa: la sua musica, soprattutto in questa parentesi solista, sembra vivere una eterna giovinezza in bilico tra pop, rock e cantautorato, ambasciatrice di una leggerezza che non è mai banalità, semmai esperienza.
Prendete un brano come Capitoli Primi: a prima vista potrebbe sembrare un poppettino da nulla, e invece se lo si osserva con un paio di buone lenti si coglie un lavoro da artigiano sulla metrica dei versi (scritti da Matteo Bianchi) e l’armonia, ma anche una storia profonda da raccontare che è pure un ritornello irresistibile. Bitossi macina nei testi una quotidianità malinconica che a tratti ricorda Federico Fiumani (Ancora un po’ bene), ti fa sembrare tutto facile anche quando non lo è, mostra quell’inaffidabilità virtuosa capace di suonare imprevedibile ogni volta (scoprite dove va a parare la divertente La classifica). Insomma, partorisce un disco intelligente e senza doglie da presuntuoso, oltre che, nelle parole del suo autore, «alla vecchia», in cui l’apporto di Tristan Martinelli e Ivan Antonio Rossi in fase di arrangiamento e pre-produzione è tutt’altro che marginale.
Sonorità entusiaste, calde e avvolgenti, ma anche un’ottima squadra che in alcuni passaggi maneggia accenti soul (gli ottoni della bellissima Le tue paure e di Mi lascio trasportare, ad esempio), non rinnega nostalgie come i Beach Boys ipotizzati dalle armonizzazioni vocali di A chi vuol giocare, certifica un DNA british (gli inevitabili Kinks) nel ritornello di Se mi accontentassi e arriva persino agli ancheggiamenti caraibici della conclusiva Chissà. Il tutto con una ricchezza di colori che rapisce grazie a sax, trombone, viola, violino, violoncello, filicorno, percussioni e moltissimi altri strumenti.
Disco divertente come sa essere solo il rock di chi «dà spazio alle favole», il migliore partorito dal Bitossi solista.
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