Recensioni

È un grande ritratto a carboncino dell’America di oggi, il nuovo disco dei mewithoutYou: la pianura alluvionale della Pennsylvania che sale fino agli Appalachi, la campagna agonizzante e cupa dei clan religiosi che si ritrovano a dover fare i conti con un crogiolo di altre realtà. A tre anni di distanza da Ten Stories, arriva Pale Horses, crocevia fra la grezza intensità di Catch for Us the Foxes e quel sound da campo estivo protagonista di It’s All Crazy! It’s All False! It’s All a Dream! It’s Alright. Una carriera ultradecennale in perenne sviluppo, per la band di Philadelphia, che per la prima volta dopo il divorzio dalla celebre Tooth & Nail, label dedicata al christian rock, pubblica il sesto album con Run For Covers, e ancora una volta non tralascia l’intreccio di storytelling folk, post hardcore e rock introspettivo.
Quella di Pale Horses è la Pennsylvania di Stephen King, di Chabon e dei suoi Wonder Boys; è la sostanza narrativa di una generazione ora poetica, ora addirittura profetica. Il potere della metafisica dei luoghi, il contraltare di una sacralità sottoposta a una messa irrituale, nell’immensa pastorale post hardcore che da Arcadia si trasforma in Apocalisse. Aaron Weiss, frontman carismatico del gruppo, tenta l’impresa forse più difficile della sua carriera, ma non cade rovinosamente: nell’incontro (e nello scontro) di religioni Weiss parla di cristiani, ebrei, musulmani. Pale Horses manifesta estrema cura nei testi, disegnando un’Apocalisse religiosa e umana che può sì terrorizzare, ma affascina nell’istantanea della Morte che corre su un cavallo pallido.
I mewithoutYou di Pale Horses tornano alle origini e dopo aver girovagato per le strade dell’indie declinato in folk e rock, ed essersi perduti in qualche anfratto art rock con i due precedenti lavori, impastano il miglior disco che abbiano mai fatto. Saranno le letture colte di Weiss (Joyce, T.S. Eliot, Pound e Baudrillard fra gli altri), gli studi sul linguaggio, la logica ricercata nella fede, ma l’immaginario che sorregge Pale Horses affonda le radici nella Bibbia, nell’ossessione dei versi recitati tanto in silenzio quanto a gran voce nelle colossali chiese americane. L’Apocalisse che emerge dominante dai testi di Weiss, si guarda allo specchio nelle percussioni eccitate e violente, quasi shellacchiane, nei riff dinamitardi ancorati a una sezione ritmica pulsante e sofferta, nell’incedere dissestato del cantato di Weiss. Rovina personale o fine del mondo in senso biblico, quella che indaga Pale Horses è la complessa e tortuosa ricerca di salvezza che attraverso alcuni temi cardine dei mewithoutYou (spiritualità, verità, dubbio) sembra profilarsi all’orizzonte sotto forma di simboli e analogie tanto cari alla scrittura di Weiss.
Ci si affanna in riverberi e trasognati accordi in una title track di imperiosa eleganza e introspezione scientifica, una sorta di esame spirituale che ritroviamo anche nei testi di DMinor e Watermelon Ascot, toccate da un retrogusto rabbioso. Ponzio Pilato e la bandiera dell’ISIS, coordinate spazio temporali della frastornata Lilac Queen, che deflagra in cacofonia, rimandano a un ring di storia e religione, mentre in Red Cow continuano a divampare immagini tratte dalla Rivelazione e dall’Esodo. L’indie freddo e devastante di Dorothy introduce l’acidissima Blue Hen, una partita a scacchi bergmaniana tra Weiss e la morte. Birnam Wood, fra intriganti cambi di tempo e riff di chitarra elettrica, emette tutta l’energia di quella bomba all’idrogeno che esplode nello spazio creando un arcobaleno: è l’olocausto nucleare cantato in Magic Lantern Days. Rainbow Signs, che agisce come una sorta di ripresa della prima traccia, culmina in sei minuti di lividi umori, sussurrate confessioni.
Pale Horses è un buon disco, che non mostra grandi crepe nella solida carriera della band, ma non è esattamente il lavoro maturo che dopo quindici anni di album, ci saremmo aspettati. I testi alle volte troppo criptici e prolissi impediscono una totale immersione nelle storie di Weiss, la mancanza di melodia e fervore vengono rimpiazzati da una rinnovata attenzione allo stile post-hardcore di un tempo. Pensare a un lento declino, come Weiss canta all’inizio e alla fine del disco («pale horse songs of slow decline»), sembra esagerato, vista la fragorosa potenza e la densità terragna delle undici tracce. Certo, sembra di vederli quei ragazzi con tonache e sandali che bruciano candele e cantano per Krishna, forse un po’ troppo impegnati a celebrare i colori dell’universo senza la giusta attenzione per la sostanza musicale di un disco che poteva mirare più in alto.
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