Recensioni

7.3

Con un nome che richiama Edgar Allan Poe e un sound così scuro ed ermetico, i Metzengerstein saranno inseriti giocoforza nel trend italo-occultista. Poco male, dal momento che beneficeranno del battage pubblicitario della scena. Eppure i Metzengerstein non sono direttamente assimilabili a nessuno e sono, da un punto di vista comunicativo, quanto di più scontroso e impenetrabile ci possa essere. Le coordinate di riferimento sono in linea con l’estetica della Sonic Meditations, label di Justin Wright / Expo ’70, quindi alimentate alla linfa inesauribile del kraut-rock tedesco e della psichedelia sciamanica.

Formazione di origine toscana, con membri del collettivo artistico Ambient-Noise Session, i Metzengerstein fanno pensare a formazioni aperte e dall’impianto psichedelico come la No Neck Blues Band, i Sunburnd Hand Of the Man, gli australiani Brothers Of The Occult Sisterhood e, andando più indietro, all’indimenticata compagine degli Iceburn Collective di Salt Lake City. Tutto questo si traduce in una musica dalla fortissima vena rituale e con una fascinazione per una sorta di magnetismo ancestrale che attinge da un alfabeto mitologico, più antico della civiltà umana. La strumentazione va di conseguenza alla ricerca di chiavi di registro classico/arcaiche ma con esiti inaspettati: l’organo allucinogeno della seconda e della quarta traccia che apre all’onirismo nero di Ummagumma; il sitar della terza che inventa ex-novo una impossibile nuova danza mediorientale; il flauto arcano dell’ultima, ad opera di un Donato Epiro che come suo solito contribuisce all’evocazione di un bestiario esotico e millenario.

La musica dei Metzengerstein è allucinata, nella misura in cui prende in prestito gli strumenti della psichedelia classica, rivoltandone le premesse. L’altro-mondo, potrebbe essere ben più strano di quanto il più acido dei trip possa mai immaginare. Albero Specchio ne è l’implacabile soundtrack.

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