Recensioni

California 1983. Quattro sbarbati decidono di tirarsi via dalla strada, suonando heavy metal. Vogliono essere più rumorosi, più veloci, più violenti: Kill ‘Em All arriva; un nuovo modo di suonare viene battezzato. La NWOBHM sembra improvvisamente roba per nonni, il nichilismo del punk un giochino innocuo.
California 2023. Quattro sessantenni milionari decidono di pubblicare un nuovo disco dopo sette anni dal precedente Hardwire… to Self Destruct. Nell’intervallo di tempo che separa il nuovo 72 seasons da Kill’Em All diverse epoche mitologiche si alternano, in un modo che potremmo rozzamente far coincidere con il cambio dei bassisti: i primi capolavori con Cliff Burton; la fase intermedia del mega successo commerciale con Jason Newstead; il ritorno ad una forma musicale più pura con Robert Trujillo.
Il nuovo disco si colloca pienamente in questa terza età dei Metallica. Ormai, non dovendo dimostrare più niente a nessuno, suonano per il puro gusto di suonare e Heatfield si concede anche il lusso di riflettere sul tempo che passa e sulle 72 stagioni, ovvero i primi 18 anni di vita della vita di ognuno, che più ci influenzano come persone. Quindi la strizzatina d’occhio alle proprie origini non è solo voluta, ma proprio dichiarata, per di più nell’anniversario dei 40 anni di Kill ‘Em All.
Hanno sempre avuto molti difetti i quattro Horsemen della Bay Area, ma di certo non sono mai stati stupidi o commercialmente ciechi. Anzi… la batosta di Load e Reload brucia ancora ed in effetti è dai tempi di Death Magnetic che il taglio dei riff è tornato ad un canone più propriamente thrash. Di certo, tutto potevano fare i Nostri, tranne che ignorare i segnali che arrivavano dai fan e dall’incredibile successo della cover di Master of Puppets in Stranger Things, per di più con un personaggio come Eddie Munson che gli fa letteralmente il verso, a partire dal taglio dei capelli.
72 Seasons quindi è di nuovo un festival della velocità, delle chitarre che graffiano e artigliano partiture che Hammett non vedeva da tempo. Paradossalmente, la sensazione semmai è che non riuscendo più a mantenere la stessa sveltezza di un tempo nel tremolo picking tipico del thrash, si avvicinino proprio a quelle formazioni inglesi che loro spazzarono via quaranta anni fa.
Lux Aeterna paga il giusto tributo a Motörhead e Diamond Head, ma tutta la prima parte del disco è piena di richiami a quella stagione, da Shadows Follow a Screaming suicide. Nei mid tempo più cadenzati, You Must Burn!, If darkness had a son, Inamorata lasciano emergere la componente più blues arrivando quasi ad autoplagiarsi nel riff di Sleepwalk my life away che riprende Enter Sandman.
72 Seasons è un’ora e venti di cavalcata senza freni verso il cuore dell’heavy, ma ogni minuto della sua durata ti ricorda che è una corsa fatta da sessantenni. La forma è ottima, per carità, ma lo sguardo per quanto volutamente nostalgico nulla può contro il tempo che passa. Abbiamo tutti le t shirt di Ride The Lightning e Master of Puppets nel fondo dei nostri armadi, per questo venderci quest’album come un ritorno alle origini non rende giustizia ai Metallica attuali, né ai nostri anni di liceo.
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