Recensioni

7.5

Ultimo lavoro del trio paulista Metà Metà che si avvale dell’imperitura collaborazione di Sergio Machado alla batteria, Marcelo Cabral al basso, oltre a Samba Ossalê alle percussioni. Rispetto al sophomore MetaL MetaL risalente a quattro anni fa, Juçara Marçal, Kiko Dinucci e Thiago França ne hanno fatta di strada. Nell’arco degli anni trascorsi i tre si sono scatenati: in solo, collaborando con artisti tra i più diversi, perennemente in tour a sperimentare influenzandosi a vicenda. Potremmo dire con quasi assoluta certezza che sono loro, insieme a Romulo Froes e e Rodrigo Campos, gli animatori più sinceri del sound paulistano.

Questo terzo disco compendia la serie lunga di vicende che i Nostri ben volentieri ricompongono, diluiscono, per portare acqua al progetto Metà Metà. A partire dal collante di marca africana, e in particolare maliana, che ispira tutto il lavoro, per poi deviare su scenari di sperimentazione musicale. Le sessioni sono durate tre giorni, a detta della cantante Marçal, fatte di intenso lavorio e concentrazione; i testi erano per lo più nella testa del songwriter Kiko Dinucci, le musiche sono state la risultante voluta o non voluta del libero scorrere musicale, dinamica consolidata a Sao Paolo. Pluralità timbrica, polifonia, ritmi, il free jazz di França al sassofono si integrano nel tessuto delle canzoni molto meglio che in passato (abile nel passare dai suoni aspri alle dolcezze da Mediterraneo orientale), senza privarsi di spunti, assoli coltraniani. Segno che dietro il velo si nascondono momenti intensi di studio con lo strumento per cavarci qualcosa di diverso.

Dinucci dà l’aria di essere il cervello della crew: sobrietà tecnica, verve hardcore, postura da vero tropicalista con lo strumento, lo rendono idoneo al ruolo di primus inter pares. Il cantato di Juçara Marçal è l’elemento di dinamismo in quasi tutti i brani (Corpo vao, Angolana, Tres amigos, Mano Légua), perchè è racchiusa qui dentro l’esperienza di Encarnado, suo ultimo lavoro solista, in cui mescolava più di quanto non avesse già fatto in passato scavando nel popolo Yoruba, nel culto degli Orixa. Nella cultura da palco che queste tracce portano con sè, l’Africa viene vista con gli occhi della contemporaneità, sempre legata da un cordone ombelicale alla costa orientale del Sud America. Ma in realtà il progetto, nell’inconsapevolezza degli attori, va via via ben oltre quel tracciato, per affiancarsi a quello del rumore declinato in vario modo: dal free all’elettroacustica. Un bene per le sorti della musica brasiliana che brilla proprio quando il Paese e la classe politica stanno vivendo una transizione difficile, con l’economia che arranca.

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