Recensioni

Vanno dritti per la loro strada, i Merchandise, forse pentendosi di ciò che è stato, forse, semplicemente, accarezzando volontariamente idee sonore diverse da quelle del precedente Total Nite. Al primo disco su 4AD, mantengono la promessa che il leader Carson Cox aveva annunciato tempo fa, e cioè quella di trasformarsi in una band pop.
Ad un primo ascolto, la scelta pare non catalogabile, sia per lo stacco deciso rispetto al passato, sia per una volontà melodica che pare voler toccare più punti, troppi: dalla ballata alle venature synth pop, dalla melodia rurale degli Xtc altezza Grass al funk-soul di scuola Prince, fino a certi tratti epico-emozionali del miglior britpop. Eppure tutta quella che a un primo ascolto pare semplice dispersione, racchiude fili invisibili che tengono insieme più che degnamente un disco che abbandona le fascinazioni shoegaze per abbracciare un’idea di pop simile, ad esempio, all’ultimo War On Drugs, depurato dalle sfaccettature psych e più addentro alle questioni del pop inteso come “la melodia al centro”.
E’ infatti la melodia la sovrastruttura di brani che fanno del mood malinconico la loro base di partenza. È musica attaccata, come referenze, sia al passato che al presente. Carson Cox e i suoi, infatti, non si fanno mancare nulla: in episodi come Green Lady (ottimo brano) paiono rifare a modo loro il verso proprio a Prince, soprattutto nell’incipit, ed è un indizio che ricompare anche in certi tratti di Telephone. In altri paiono, oltre a dei R.E.M. pastorali che scoprono il vigore e la velocità di questi anni, degli Horrors senza la spinta cosmica-garage. Il cuore del disco è la bellissima Looking Glass Waltz, che parte quasi in medias res, con un organo celestiale e un incedere letargico, cori ovattati ma autentici sullo sfondo, e un suono trafitto dalle emozioni della possente voce di Cox e da una fisarmonica che impasta il suono di quelli che potrebbero essere degli U2 senza epica.
Al di là dei singoli episodi, è più l’idea del volersi confrontare con un suono meno possente e più introspettivo. Pop da queste parti, dunque, non è una parolaccia da plasticosa classifica, ma roba seria e priva di sberleffi, pur non risultando mai torva. Fuori dalle secche di un post-punk fuori tempo massimo, la band regala melodie riflessive, nonostante alcuni momenti paiano sfociare nel facile (vedi Enemy, pezzo Suede senza glam e con molta disillusione), non perdendo comunque mai la retta via e continuando ad andare, appunto, dritta per la propria strada.
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