Recensioni

«Guardate non è un alieno, è un essere umano», dice Sara (Daniela Scattolin), cercando di convincere i suoi amici di una vita Sharif (Haroun Fall), Momo (Richard Dylan Magon) e Inno (Madion Fall) a non forzare troppo la mano con il nuovo arrivato Omar (Giuseppe Dave Seke). Sono sul tetto di un anonimo palazzo del Barrio, quartiere periferico di Milano in cui abitano per la maggior parte italiani di seconda/terza generazione, e stanno cercando di capire il funzionamento dell’inaspettato superpotere di Omar: diventa invisibile se spinto da forti emozioni come la paura, la rabbia, la tristezza o una gioia immensa; «pensa a un bel ricordo, qualcosa che ti faccia volare alto» gli suggerisce Momo facendo riferimento alla favola di Peter Pan. Per quanto possa sembrare näive, questa battuta rientra perfettamente nel percorso di umanizzazione del protagonista interpretato da Seke. Cosa c’è di più umano dell’attaccarsi ai «pensieri felici»? 

Omar rientra in quella categoria di supereroi “casuali” che più prendono consapevolezza dei meccanismi del loro potere, più trovano il coraggio di risolvere le questioni lasciate in sospeso della loro natura umana, come una debolezza e un trauma che li perseguita da sempre. In questo caso sono la timidezza e un caro scomparso, sulla scia dell’archetipica trilogia di Spiderman firmata Sam Raimi. Ma prima Omar deve rivendicare la sua esistenza, la sua tridimensionalità, il suo “peso corporeo” e, paradossalmente, ci riesce proprio quando impara a controllare l’invisibilità, metafora degli sguardi pregiudizievoli e inconsistenti che subisce ogni giorno. Così Omar indossa la maschera di “Zero”, il personaggio del manga che lui stesso ha disegnato (vorrebbe fare il fumettista), e passa allo step successivo della sua missione personale e collettiva, contribuire al miglioramento del micro-cosmo in cui vive: «il mondo ti guarda se tu lo guardi, si occupa di te se te ti occupi di lui» afferma in voice-over, riassumendo gli insegnamenti colti nel capolavoro Se la strada potesse parlare (1974) dello scrittore afroamericano James Baldwin.

Daniela Scattolin, Haroun Fall, Richard Dylan Magon, Madion Fall, Giuseppe Dave Seke. Still da “Zero” (2021). Creatore: Menotti

È attraverso l’autodeterminazione di Omar, un giovane rider di origini senegalesi invisibile ai più, che passa l’obbiettivo principale di Zero, la nuova serie italiana Netflix creata dal fumettista Roberto Marchionni aka Menotti partendo da un’idea di Antonio Dikele Distefano (ha preso come punto di riferimento il suo romanzo, Non ho mai avuto la mia età del 2018). In un certo senso, e a loro modo, ogni personaggio della storia vuole “essere visto per risultare invisibile”, vuole rivendicare il proprio posto nel mondo per non essere più considerato un «alieno» (e quindi per uscire dai margini e confondersi in quanto essere umano semplice, con sogni e problemi comuni). Già a monte, in fase di ideazione, la serie aveva vinto, perché non c’è niente di più importante di una rappresentazione che sia giusta e che, soprattutto, ci sia.

Mentre non è la prima volta che in Italia si affronta il genere del supereroe, lo è invece aver prodotto un’opera seriale con un cast composto per la maggior parte da afroitaliani: questo dimostra quanto Netflix, pur con i suoi moltissimi difetti, sia sempre un passo avanti rispetto alla televisione pubblica (già Summertime aveva al centro il personaggio di Coco Rebecca Edogambe, per non parlare poi della meravigliosa quarta stagione di Skam Italia). Se non si è rappresentati è come se non si esistesse e, di conseguenza, la rappresentazione è uno dei modi migliori per educare l’occhio dello spettatore (“essere visti per risultare invisibili”).

Giuseppe Dave Seke. Still da “Zero” (2021). Creatore: Menotti

Purtroppo, da un punto di vista artistico, Zero non si può considerare una serie particolarmente riuscita, anzi. Tralasciando i soliti problemi in campo recitativo (a parte Haroun Fall sono tutti acerbi, compresi gli adulti), la storia di Omar e del suo gruppo di amici del Barrio si perde dentro un vortice di pessime scelte in sede di sceneggiatura. Basti pensare al disequilibrio con cui vengono approfonditi i vari caratteri (in particolar modo Inno, Momo e Sara), alla deriva crime facilona, alla poco incisiva storia d’amore tra “classi diverse” o alla superficialità con cui è stato gettato nella mischia il più classico dei plot-twist, la scoperta che il nemico primario della stagione è il padre (Giordano De Plano) della ragazza (Beatrice Grannò) del protagonista; una trovata che, tra l’altro, era già stata ripresa nel citazionismo anni ’80 di Spiderman: Homecoming (Jon Watts, 2017). Però la cosa che più infastidisce è che le molte linee narrative della serie (fantascienza, fantasy, dramma, thriller, commedia) non solo si intrecciano in modo tale da non sembrare trattate a dovere, ma sono indirizzate tutte verso un’interessante idea di spazio come comunità e famiglia che viene sotterrata dalla mancanza di una regia precisa, forte ed efficace (una regia divisa tra Paola Randi, Ivan Silvestrini, Margherita Ferri e Mohamed Hossameldin).

Beatrice Grannò, Giuseppe Dave Seke. Still da “Zero” (2021). Creatore: Menotti

Come già detto, tutti i personaggi di Zero trovano la loro ragione d’essere quando capiscono di doversi «occupare del mondo» quindi, a maggior ragione, l’elemento geografico avrebbe dovuto avere un’importanza maggiore; inoltre Omar è il rider di una pizzeria, professione che per sua stessa natura riguarda il muoversi continuamente nello spazio. Ma la messa in scena del Barrio milanese, un quartiere che è stato pensato come una specie di terra dei nessuno ai confini della grande metropoli (Milano è ridotta a una serie di inquadrature aree su Porta Nuova e il complesso CityLife), non va oltre la profondità di un set fittizio con poche comparse e poche vie (ruota tutto intorno alla piazza della “statua del migrante”) o una pubblicità per turisti al ritmo di Mahmood, Madame, Marracash, Nahaze e tanti altri. Quindi anche la sbandierata comunità che si vuole proteggere risulta semplicemente una parola che passa di bocca in bocca più che un’effettiva realtà da tutelare e valorizzare (e in questo modo perde di intensità anche la citazione ai libri di Baldwin).

La domanda a cui bisogna rispondere è la seguente: in termini di “diffusione del messaggio”, quanto successo effettivo può avere una fast-serial che è più importante a livello simbolico che artistico? Forse la risposta la troveremo nella prossima stagione (se ci sarà) o direttamente nel prossimo progetto di Netflix Italia.

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