Recensioni

7.1

La novità più macroscopica e impossibile da ignorare in casa Menomena, per parlare di questo quinto disco, è certamente l’abbandono da parte di Brent Knopf, andatosene per concentrarsi unicamente sul suo side-project Ramona Falls. Nella band di Portland sono quindi rimasti i soli Justin Harris e Danny Seim a dividersi i compiti vocali e gli strumenti, in quello che di fatto diventa un duo dopo ben quattro album registrati come trio. Arrivato dopo un periodo di fratture personali all’interno della band, da cui ne uscì il comunque convincente Mines (2010), Moms riparte dal rinnovato legame a doppio filo tra Jestin e Danny, le cui madri hanno occupato, seppur in maniere diverse, ruoli fondamentali nella loro formazione e alle quali questo semi-concept è ispirato.

Quella di Harris ha infatti tirato su suo figlio praticamente da sola, mentre quella di Seim l’ha lasciato troppo presto, essendo morta nel 1994. Due storie diverse ma che comunque finiscono per sfociare qui in una celebrazione quasi catartica dal punto di vista emozionale dei due protagonisti, che ritroviamo soprattutto nei testi e nell’interpretazione vocale, come in un suono che, seppur mantenendo l’estrosità giocosa dei capitoli precedenti, risulta qui più aggressivo che mai, ma anche drammatico in alcuni passaggi. C’è, infatti, una spessa patina lirica che permea il sound e le composizioni del disco, adesso più attente a centrare il punto piuttosto che cercare il colpo ad effetto spiazzante, come spesso capitava nei capitoli precedenti.

Le affinità con gruppi come Tv On The Radio e Mercury Rev rimangono quindi al loro posto, anzi forse si intensificano le somiglianze tra questo e Nine Types of Light, in cui i TVOTR avevano preso una direzione simile. Certo è che la pastosità black delle composizioni che hanno fatto le fortune dei dischi precedenti si ritrovano in abbondanza anche qui, come i sax glossy di Plumage, le chitarre ruspanti a-la Black Keys (ma senza strafare) di Capsule, i synth impazziti figli dei Flaming Lips di Baton, seguendo una scaletta di power-ballads che man mano sembrano incupirsi fino ad arrivare alle percussioni sincopate dell’aggressiva Giftshoppe, i bassi torbidi di Tantalus e gli archi drammatici della lunga e conclusiva One Horse.

Certo, rimangono i difetti cronici della band, come, ad esempio, la ristrettezza di alcune soluzioni vocali che possono risultare stancanti sulla lunga distanza. Il bilancio del disco è comunque più che positivo e, anzi, rinforza una discografia già compatta che trova in Moms il suo capitolo più emotivo.

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