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7.2

Lo scavo nelle miniere del sixities soul nondimeno quel che più stupisce è che ancora saltino fuori gemme dimenticate, per lo meno, materiale non solo destinato ad archivisti e studiosi. Prendete il caso emblematico dell’iperattivo Melvin Davis: un classe 1942 d’origine georgiana scrittore conto terzi, batterista, produttore, discografico e altro ancora divenuto culto per gli amanti del northern-soul (sua la penna dietro diversi classici del sotto-genere, rimarcata qui da una I Won’t Be Your Fool d’imperiosa gioia e una Find A Quiet Place da innamorarci Paul Weller) poi baciato dal successo negli 8th Day di You’ve Got To Crawl.

Artigiano poliedrico e genuino, Melvin pagava lo spargere la produzione su numerose piccole etichette detroitiane, oggi riportate alla luce da Vampisoul aggiungendo un poker di apprezzabili inediti – perché solo trentotto minuti, però? – e tracciando un percorso della black lungo il lustro ’61-‘66. Dove cartoline innocenti alla American Graffiti (la briosa About Love)si alternano a ruvido errebì (I Don’t Want You) venandosi di rock and roll (Playboy, This Ain’t The Way) ed epidermica latinità (It’s No News). Assai pregevole anche il resto, tra un melodramma ben architettato, un ricordo di Little Richard, saggi in stile Stax (svetta su tutti Chains Of Love) e romanticherie che lasciano col desiderio di ascoltarne ancora. Grazie per la passione, Ambasciatore.

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