Recensioni

A cinque anni da Dying is a wild night, album che aveva segnato la vera svolta pop-rock dopo un esordio timidamente folk, Melissa Laveaux decide di dar maggiore voce alle atmosfere caraibiche da sempre presenti nelle sue produzioni. Radyo Siwèl, registrato in cinque giorni e inizialmente concepito come un disco di cover della compositrice e attivista Martha Jean-Claude, arriva dopo un viaggio ad Haiti in cui l’artista canadese si è messa sulle tracce della propria storia, delle proprie radici, dei propri antenati. Partendo da Ottawa ed arrivando fino a Port-au-Prince prende vita quel tratturo carico di sentimento che narra di colonialismo, esilio, prigionia, e che rende omaggio alle canzoni di ribellione nate durante l’occupazione dell’isola per mano americana del 1915-36.
Il linguaggio della Nostra per dar vita a queste suggestioni è semplice e vitale: su una base Kompa ovvero un «moderno merengue che mescola l’attenzione al ritmo con melodie semplici ed un approccio jazz» (da Scream and Shout: La storia e la musica degli Arcade Fire di Fernando Rennis) si muovono tinteggiature blues, indie e folk in cui la voce della Laveaux cambia aspetto di continuo. Sinuosa e inafferrabile in Legba na konsole, sapientemente misurata nell’opener Lè ma monte chwal mwen, sussurata in Nibo, graffiante in Angeli-ko. Il risultato è un paesaggio sonoro multiforme che farà breccia negli amanti di un certo tipo di etnomusicologia, meno in chi era affezionato alla vecchia Melissa Laveaux.
Radio Siwèl è una full immersion nella cultura creola volta a colmare un gap culturale e sentimentale nato in giovane età, come la Laveaux racconta al Guardian: «All the cool Haitian kids spoke Creole. It felt like a sorority we didn’t have access to. It felt like something was missing». Un viaggio mistico tra il pop e il voodoo fortemente simbolico e identificativo per ogni esule, sia esso in patria o altrove.
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