Recensioni

5.5

In quasi tre decenni di carriera Melissa Etheridge si è guadagnata i favori di un vasto pubblico e prestigiosi riconoscimenti (Grammy Award, Academy Award e addirittura una stella sulla Hollywood Walk of Fame). Successi che ne hanno certificato il meritato valore artistico e che, forse, hanno provveduto a mitigare il contraccolpo pregiudizievole di quell’opinione pubblica acerba destinataria, nel 1993, di un coming out imprevisto. Forse proprio questi due elementi – un seguito fedele e una sincerità che scuote ogni sorda potenza – hanno spinto Hetheridge a plasmare This Is M.E., un album personale che inquadra la sfera sentimentale.

Già nel titolo l’autrice manipola il duplice valore proposto da quel “M.E.”, espletivo capace di saldare l’io narrante degli undici brani all’io personale, esclusivo, evidenziato ad uso di sigla. In più, la copertina riporta mille volti che sembrano costituire un’anima, un mosaico che contempla immagini dei fans organizzate graficamente per restituire un raggiante ritratto di Melissa. Un legame forte, elevato dal significato intrinseco nell’elemento figurativo: i cuori dei suoi ammiratori, insomma, sono in lei e non costituiscono solo la decorazione di sfondo. Una “collection” di storie, un’esposizione quasi diaristica che parte con buoni presupposti, ma che più volte resta intrappolata nella narrazione retorica, stereotipata. La fiamma della passione arde e i testi denunciano una ritrovata serenità familiare. La musicista indossa la corazza incontestabile “dell’affar mio” che chiude fuori dalla porta ogni tempesta.

Strofe e ritornelli si inseguono in ordine ferreo con dentro versi dall’inesorabile metrica. Non è necessariamente un difetto ma non è certamente un pregio, poiché ostacola l’idea di una produzione spontanea riversata nel solco dell’ispirazione. Sembra, in opposizione a quanto proclamato, più un’opera meditata che un’uscita dettata dall’istinto. Solo Who Are You Waiting For, posta in coda alle tracce selezionate, sembra rimandare l’afflato poetico di un paroliere che segue una sincera intuizione. Scritta per la moglie Linda Wallem, ed eseguita al loro matrimonio per la prima volta, è una ballata pianistica crepuscolare che si schiude, in seguito, grazie alla partitura dall’incedere arioso. Dall’iniziale I Won’t Be Alone Tonight, invece, le esecuzioni sono preda di un sound circonfuso da masse di loop ed altri effetti che ne appesantiscono la struttura. Una scelta che relativizza l’impronta cantautorale presente nei componimenti e lascia assurgere a ruolo dominante strutture synth rock in voga all’alba dei ’90.

Uno smacco che lascia perplessi, se si considera il team di eccellenti produttori (tra questi Jon Levine e Jerrod Bettis) che ha avallato l’uso delle integrazioni sonore. Per contro, Melissa Etheridge evita al disco di risultare totalmente anonimo conferendo qualità alle incisioni con un irrefutabile timbro vocale identitario. Non serve a farne un buon disco, ma almeno elude il disastro.

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