Recensioni

Dopo tre EP (Tsukino e Sukikirai del 2022, Kabutomushi del 2024) l’endorsement della rivista Past (che l’ha inclusa nella lista “The Best of What’s Next”), le lodi di Flea e alcune collaborazioni che non passano inosservate (con Marigold e Clifford The Band soprattutto), arriva infine l’album d’esordio per la newyorkese Mei Semones, cantautrice e chitarrista talentuosa, la cui calligrafia tradisce al tempo stesso attitudini evolute, provenienze indie rock e gusto per trame pop a diversi stadi di raffinatezza.
Animaru, ovvero “animale” in giapponese, mette in fila dieci brani per meno di quaranta minuti spesi a definire congetture cameristiche (il languore dinamico di Dangomushi), arguzie bossa (le palpitazioni blasé di Tora Moyo), spigolature arty (i tumulti in bilico tra jazz, folk-pop e grunge distillato di Rat With Wings), un lirismo sparso, evocativo, con l’inquietudine che formicola sotto la capacità di tenere ben salda la barra (vedi il nervosismo ben strutturato della title track) e un’attitudine per il pastiche che sfiora il lezioso (le giravolte ibride di Zarigani e I Can Do What I Want).
Il timbro della voce sa adeguarsi ai registri più tenui (vedi il delizioso esercizio defatigante di Donguri) e ispessirsi al bisogno (come nel chorus di Dumb Feeling), rivelando un elemento di irrequietezza che conferisce sostanza al quadro complessivo senza però riscattarlo da un neanche troppo vago retrogusto di accademia. Preso atto delle doti tecniche e della capacità di organizzarle in una proposta interessante, non si esce mai davvero da questo senso di esposizione, di performance abilistica che conosce l’angolazione giusta dello sguardo (alternativo ma ricercato, critico ma non apocalittico, casomai diversamente integrato), di intrattenimento che rilascia studiatissime spore di insofferenza.
Un equilibrio che funziona, conferendo a questo disco la statura di un piccolo instant classic, ma a ben vedere è proprio questo il problema: sembra preoccuparsi di emergere in un mondo malato ma che in fondo è meglio non disturbare, sembra volersi la soundtrack agrodolce di un vernissage che ricorderai o non ricorderai, dipende. Forse è questo il suo vero, efficace messaggio.
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