Recensioni

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Due anni fa Gianluca Lambiase notava la mancanza «di una hit radio killer di spessore» come unica pecca di Everything is Forgotten, secondo album dei Methyl Ethel. Più rotondo e centrato rispetto all’esordio, il disco aveva infatti colpito per maturità, scelta dei suoni ed accessibilità. L’uscita di Triage, terzo lavoro per la band di Perth, aggiunge quel tassello mancante: il lavoro scrupoloso e organico di Jake Webb è stavolta incentrato maggiormente su “tecniche classiche e studi armonici”, quasi un ritorno al passato che si tinge di quella formula art rock già utilizzata in precedenza.

Stavolta però l’output è quanto più pop si possa credere, e alla seconda traccia (Scream Whole) si incontra già un singolone vagamente synth pop a metà tra i Pet Shop Boys e Florence and the machine. Più che la new-psichedelia, stavolta si registrano smaccati riferimenti agli anni ’80 a partire dall’opener Ruiner Trip the Mains che, slacciate dalla vocalità androgina di Webb, ricordano certi Spandau Ballet, Ultravox, Blondie, Human League. Al piano e ai suoi riff viene lasciato stavolta il compito di sviluppare il lato più intenso dell’album (si pensi ad Hip HorrorNo fighting), quello più identitario e rappresentante del proprio personalissimo zeitgeist.

In questa attitudine sta tutta l’autodeterminazione di Webb, non più affiancato dalla pesante figura di James Ford ma libero di dare sfogo alla propria ispirazione, creando mood diversi lungo le nove tracce. Nei testi ciò si traduce in qualcosa di inafferrabile: «There’s something in my head, but I can’t get it out», «And I, I still don’t know what is right. I still don’t know what»Una ricerca sonora continua, non solo fatta di “gesti” e di “segni” musicali, ma anche di qualcosa di inafferrabile, inspiegabile a parole, che genera tensione, climax, pathos. Triage è un disco che respira, che pulsa e che si nutre di emozioni senza il bisogno di spiegarsi troppo. Una bella fortuna.

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