Recensioni

7.5

In questi anni discograficamente (ma non solo) difficili, una reunion non si nega a nessuno. Nemmeno a band quantomeno secondarie nel panorama underground degli anni ’90 oppure a band che nei decenni scorsi non arrivarono nemmeno alla pubblicazione di un album. Figuriamoci in un clima retrotopico come l’attuale se non si accoglie positivamente il ritorno di una band che ha oggettivamente lasciato il discorso a metà nel 2005 quando si sciolse per ipotizzabili divergenze tra i tre componenti della band, con il chitarrista/cantante Andrew Falkous e il batterista Jack Egglestone (che già aveva sostituito il fondatore Matthew Harding) da una parte e fuoriusciti verso i duraturi Future Of The Left) e il bassista Jonathan Chapple (poi Shooting At Unarmed Men) dall’altra.

Non avremo mai la controprova, ma in quegli anni di inizio terzo millennio in cui le chitarre avevano ancora un senso e un pubblico, l’universo dell’underground sembrava ancora (illusoriamente) in espansione, le possibilità di una emersione giusta, lecita, meritata delle forze che da sempre si agitavano nel sottobosco realistiche (vedi alla voce Strokes, Franz Ferdinand, White Stripes, giusto per fare dei nomi ovvi), i McLusky nonostante tre album mediamente ottimi sia per riscontro di critica che di pubblico, decisero come dei salmoni dell’underground di andare controcorrente e finirla lì. E tenendo fede al proprio essere dei convinti bastian contrari, se ne ritornano oggi con un album di chitarre proprio in una congiuntura in cui delle chitarre, di certe chitarre rumorose e non accondiscendenti, interessa soltanto a qualche manipolo di vecchi (anagraficamente parlando) appassionati. Tutto molto Falkous, no?

Sia come sia, i tre gallesi ci dicono che The World Is Still Here And So Are We e quindi riprendiamo le fila del suono McLusky come se questo ventennio non fosse mai passato. Le direttrici sonore della band sono tali e quali a quelle che ne caratterizzarono i tre album della prima fase: sulle ascisse tante chitarre in modalità noise-rock/post-hardcore senza parossismi di sorta ma anzi con un gusto melodico di prim’ordine e sulle ordinate il sarcasmo livido, la penna puntuta, lo scazzo, il divertissement sempre feroce di un trio tanto essenziale quanto scanzonato. Il risultato è un amore viscerale per gli stop’n’go, per le filastrocche, per una idea di noise-rock fluviale, urlata, sgraziata il cui emblema è l’opener Unpopular Parts Of A Pig, se non fosse che è tutto l’album a mantenere quella tensione e quella riottosità burlesca, seria senza prendersi sul serio e cazzona senza mai esserlo completamente.

L’assalto all’arma bianca in modalità “Primus a South Park” di Kafka-esque Novelist Franz Kafka, l’ubriachezza molesta su sfondo math-rock di Cops And Coppers, il simil-rap su una insana unione Karp/Melvins di Chekov’s Guns, il noise-panzer-rock di Way Of The Exploding Dickhead non sono che piccole schegge di un universo imploso ed esploso al tempo stesso, perché come ci ricordano i tre “mclusky are a band who were a band, weren’t a band, then are a band again” fregandose di tutto e tutti tranne che della loro musica.

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