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L’incapacità del pubblico occidentale di digerire facilmente musiche altre, per cultura, età, estrazione culturale, è lunga come la storia dell’umanità: il bisogno della guida, della spiegazione e finanche dell’addomesticazione a canoni noti sono sempre presenti. Non è una novità, figuriamoci: succedeva con la peraltro stupenda Sinfonia n. 9 in mi minore di Antonín Dvořák, che alla fine dell’Ottocento definiva ancora gli Stati Uniti come “Nuovo Mondo”, da cui il nome con cui è celebre da allora. Rari sono stati i casi di reale incontro tra occidente e oriente, specialmente nell’alveo del pop e del rock: pensiamo a Paul Simon e alla sua Graceland con i musicisti sudafricani, o a Sergio Endrigo e Vinicius de Moraes (La vita, amico, è l’arte dell’incontro, disco del 1969). Nel caso di questa new-sensation dal Congo, la verità, probabilmente cade a metà: né capolavoro, né opera di rapina.

L’incontro è quello tra il produttore Liam Farrell, franco-irlandese che si propone come il vate dell’afrobeat in terra d’Europa, e un gruppo eterogeneo di musicisti congolesi (Repubblica Democratica), come dice il titolo del disco, soprattutto dell’area della capitale Kinshasa. Un paio, Coco NgabaliTheo Nzonza, erano già il cuore di un altra band, Staff Benda Band, attiva dal 2009. Il botto arriva via stampa inglese e francese (che quando si parla di Africa musicale sembra sempre si sentano ancora in colpa per le vicende coloniali) con il singolo Malukayi, che anche noi abbiamo inserito nei migliori 100 brani del 2015. C’è il featuring con i Konono N°1 di bjorkiana memoria, c’è tutto l’afrofuturismo che dalle radici felakutiane si immerge nelle strade del presente, c’è un video che affascina per toni e immagini, c’è un afflato urbano che “incontra” il sentiment di tanta elettronica UK di questi ultimi anni. Una miscela perfetta per esplodere.

Eppure, le melodie di Masobelé, il riciclo Kimapala Pala o lo sdilinquimento di Coco Blues, solo per fare qualche esempio, puzzano di “reductio ad souvenir”: non sono brutti brani, tutt’altro, ma sembrano peccare di autenticità. Sembra di sentire più il freddo ragionamento del produttore che pensa a cosa possa effettivamente funzionare, rispetto a quello che è davvero bene per la musica dei musicisti che produce. Intendiamoci, se la moda di collaborare tra occidente e Africa porta comunque a prodotti di qualità come quella messa insieme da Khalab e Baba Sissoko o anche, tutto sommato, questa, niente di male, anzi: contaminazioni che allargano il potenziale espressivo e il godimento di chi ascolta. Ma non chiamiamola per forza afrobeat, non pensiamo di esserci tuffati davvero nella cultura del Congo o dei griot dell’Africa occidentale, non continuiamo a pensare che l’Africa sia tutta uguale e tutta una, non pensiamo di essere sempre di fronte ad “anime semplici”. E soprattutto, smettiamola di prendere per i fondelli il pubblico.

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