Recensioni

I Mayhem pubblicano Liturgy of Death a oltre trentun anni da De Mysteriis Dom Sathanas e, pur senza proclami, riconfigurano di nuovo il proprio mito. Il gruppo che negli anni Novanta esplose fra il suicidio di Per Yngve ‘Dead’ Ohlin, l’omicidio di Øystein ‘Euronymous’ Aarseth e roghi di chiese non può più giocare la carta dello shock, né vorrebbe. Oggi punta su un’impostazione chirurgica: otto brani, poco meno di cinquanta minuti, produzione asciutta di Tore Stjerna che comprime le dinamiche e lascia le frequenze medie graffiare come lamiera fredda. L’effetto è un disco che respira a fatica, ma respira ancora, segno che la longevità del black metal passa ormai per un’estetica di sopravvivenza più che di devastazione.
L’apertura di Ephemeral Eternity è già una deviazione. Ghul e Teloch intessono un tremolo largo su cui si innesta la voce lacerata di Attila Csihar, ma a cambiare la temperatura è l’ingresso di Garm. Il frontman degli Ulver deposita un contro-canto grave, quasi monastico, che apre un vuoto d’aria tra i layer e ricorda quanto l’idea di “sacro” possa mutare senza dissolversi. È un collante concettuale più che timbrico, un ponte fra l’esoterismo urbano degli Ulver odierni e il ritualismo ossessivo di Mayhem.
Segue Despair, che spinge Hellhammer a un blast controllato e mostra quanto la band sappia piegare il proprio linguaggio senza snaturarlo. Weep for Nothing sembra anche rallentare fino a un mid-tempo insistente, ma il passo non si traduce mai in un arresto traumatico, la produzione è attenta a evitare sia la nostalgia lo-fi, sia l’acidità più sperimentale. In Realm of Endless Misery forse qualcosa della malevolenza degli esordi si intravede, quando la nebbia si stempera e rimane solo il basso verminoso di Necrobutcher e la voce di Attila ad inscenare un teatrino per goblin. La coda del disco è tutta tensione sospesa, con The Sentence of Absolution a chiudere senza catarsi, lasciando l’ascoltatore in un’eco ovattata di piatti, tamburi e tribalismo infernale.
A suo modo il disco fotografa un’Europa irrequieta, logorata da crisi consecutive e saturata da (false) memorie digitali in tempo reale. Se nel 1994 il black metal nordeuropeo appariva come una contro-cultura estrema, oggi la sua estetica è un codice condiviso e la blasfemia non scandalizza più. La violenza è routine mediatica. I Mayhem lo riconoscono e rispondono con un realismo funebre, quindi niente tastiere sinfoniche, niente layering cinematografico, solo la nuda ripetizione come forma di logoramento psichico. È qui che Liturgy of Death trova risonanza con la trance ossessiva degli Swans, non tanto per affinità sonora, ma per la stessa idea di musica come sforzo fisico, attrito di materia contro materia.
All’interno del proprio catalogo l’album segna un punto d’equilibrio tra la compattezza rituale di Daemon e le aberrazioni sperimentali di Esoteric Warfare. Non tenta di superare le glorie giovanili, le ricontestualizza in un presente dove la morte è meno mito e più gestione quotidiana del limite. Nella storia del black metal, invece, suona come un esempio di maturità potenziale, perché dimostra che il genere può invecchiare senza trasformarsi in reliquia, purché accetti la propria vulnerabilità e riduca l’estetica a materia viva anziché a monumento.
Che cosa resta dunque dopo l’ennesima liturgia? Un corpo sonoro magro, scarnificato, che pulsa ancora negli interstizi di feedback; la consapevolezza storica di una band capace di convertire tragedie reali in disciplina formale; e la prova che il black metal adulto può sopravvivere non ripetendo l’infanzia incendiaria, ma lasciando che le braci continuino a scottare sotto la cenere.
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