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Esistono diversi modi per raccontare i tormenti dell’animo umano, soprattutto quell’oscuro, intricato e maledettamente affascinante fantasma chiamato amore. Come un letto disfatto che odora ancora di corpi e di tensione, che non si vuole abbandonare per non perdere nella memoria attimi d’intensa passione, ancora troppo vivi per poterli contenere, così Maximilian Hecker descrive le inquetudini del suo cuore, insieme ad una classe e una disarmante sincerità. Lady Sleep, terza prova sulla lunga distanza, cammina sul labile confine che separa un melenso autocompatimento da una presa di coscienza, anche se dolorosa. Demoni che ciclicamente tornano ad infestare i pensieri, vengono qui esplicitati, smascherati, resi nudi. Un atto di demistificazione per poter ritrovare l’equilibrio ingenuamente riposto nelle mani di un’altra persona. Liriche pulsanti, attraversate ancora dal flebile calore vitale, ma pervase da uno struggente senso di disillusione per ciò che è stato. Verità necessarie, ingombranti, a volte tragiche. Dodici piccole gemme in cui la formazione classica del cantautore tedesco (studi in conservatorio alle spalle), insieme all’innata propensione per leggiadre armonie pop, risplende in tutta la sua compiutezza. C’era già il sentore in quella The Days Are Long And Filled With Pain del primo Infinite Love Songs, focalizzata poi in Powderblue del secondo Rose e posta definitivamente in essere in Birch (un pianoforte proveniente dalle grazie notturne di Chopin non lascia presagire una chiusura in stile Eighties).

Composizioni leggere, rotonde, che richiedono una strumentazione acustica, lasciando a casa le influenze simil-wave (eclettismo ravvisabile nei precedenti lavori), per dedicarsi alla costruzione d’incantevoli ballad (perfette Anaesthesia e gli archi di Summer Days In Bloom). Brani resi ancor più dolenti da una voce acuta, ma soave, capace di bisbigliare (come nella title track, che nasconde in coda un piano appena trasfigurato da innesti elettronici) per poi riempirsi di una potenza inusuale e rigenerante (Yeah, Eventually She GoesDaze Of Nothing e Everything Inside Me Is Ill, cantilene un po’ troppo indulgenti che appesantiscono i testi non proprio felici. Perplessità che però non tolgono nulla al vero fulcro dell’album: Help Me potrebbe essere una diretta discendete della languida Svefn-g-englar dei Sigur Ros, mentre la morbidezza pianistica di Snow sembra (involontariamente?) introdurre la sanguinante Dying (”I’m dying”, l’unico verso cantato, mi pare abbastanza eplicito pur nella sua oscurità). Una sensibilità che può rapire o infastidire, e per questo violenta, densa, che non ha mezze misure o tenui sfumature. Hecker ha cercato di seguire d’istinto la sua ispirazione senza cedere a false speranze o leziosi romanticismi, tratteggiando una umanità quasi oscena per quanto essenziale, e dimostrando una notevole maturità compositiva. L’apice di un travaglio sentimentale durato a lungo e per cui ne è valsa la pena. A questo punto si spera solo gli sia valso da lezione, perchè un eventuale riciclaggio non sarebbe ben accetto da queste parti.

non a caso si avvale di una fragorosa chitarra elettrica). Un senso della misura e un’eleganza quasi ineccepibili, se non fosse per la banale linearità melodica di

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