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7.4

Le parole le ha scelte con cura, e non solo le parole. Un disco lavorato con lentezza, arriva a quasi nove anni dall’ultima puntata solista (La mia generazione; dieci se calcoliamo l’ultimo disco di inediti, Il mio stile), ed è stato in gestazione addirittura da prima del Covid. Per un motivo o per l’altro, passando anche per qualche momento di crisi come sembrerebbero raccontarci alcuni brani, Mauro si è preso tutto il tempo di sperimentare, di fare anche tre-quattro mastering diversi, pensarlo, ripensarlo e rimodellarlo, come ci ha detto lui stesso. Per fare in modo che dentro ci fosse tutto, tutto quello che è da sempre e tutto quello che è diventato. Saprà meglio lui di noi dove è cambiato. In queste canzoni riconosciamo semplicemente la sua voce e tutto il suo mondo – non con un aspetto diverso, ma con il migliore possibile.

Mettendo un attimo tra parentesi il ritorno dei La Crus dello scorso anno, altro ottimo lavoro, il passaggio di La mia generazione non è da sottovalutare: una sorta di mémoir personale-collettivo, dichiarazione di appartenenza sentimentale – non solo generazionale – che sarebbe superficiale definire come nostalgica. Per Gio la cover non è guardare indietro, né un omaggio statico, ma un crocevia – appunto – di direzioni, di traiettorie che si incrociano, di tempi trasversali, un laboratorio creativo, poetico in cui immaginare nuove alchimie tra musiche e parole. E quindi anche “canonizzare” un po’ la propria generazione, equiparandola di fatto ai Ciampi, ai Tenco, ai Conte, o ai Fossati o ai Gaber da lui reinterpretati con i La Crus, non significava metterla in bacheca: al contrario, portarla fuori dal suo tempo e farne materia-memoria ma viva, terreno fertile per nuove interpretazioni. Anche di se stesso, oltre che dei suoi coetanei e compagni di viaggio.

Stiamo citando un disco di “cover” come La mia generazione per parlare un album che di cover non ne ha nemmeno una. Lo facciamo perché uno dei brani più forti di E scegliere con cura le parole si chiama La coscienza della mia generazione e il nastro si riaggancia lì – non più per un omaggio musicale ma per una riflessione amara, disincantata. Lo facciamo anche perché l’afflato corale di quel disco sembra lo stesso che ispira il «collettivo della parola» formato con i parolieri aggiunti Francesco Bianconi, Kaballà, Colapesce, Cheope, Giuseppe Anastasi, Alessandro Cremonesi che hanno contribuito ai testi del nuovo lavoro. Lo facciamo perché qui più che nei precedenti dischi da solo l’idea-manifesto di una canzone d’autore elettronica (rimandiamo sempre alla nostra intervista) si riaggancia proprio con il punto d’inizio della parabola La Crus. Autore o interprete: Mauro Ermanno Giovanardi non è mai solo una cosa o l’altra.

È una ripartenza allora – come è stata quella degli stessi La Crus l’anno scorso – per un percorso che non si è mai veramente interrotto, era solo un po’ in sospeso: c’era solo bisogno di tempo per riprendere il filo e mettere tutti i tasselli a posto. Tutto torna, c’è un universo poetico che anche quando porta l’impronta dei coautori (La coscienza della mia generazione e Anni zero, molto baustelliane, o Per cantare più forte, scritta con Colapesce) riconduce indiscutibilmente a Gio. C’è un sound prevalentemente elettronico lavorato con Leziero Rescigno (e con Lele Battista), ma tutto è partito da piano e voce; e tutto soprattutto ruota intorno alla voce, la grana malinconica e calda, le delicatezze e quelle increspature sottili che hanno un modo unico ed elegante di sporcarla, di stropicciarla come quel velluto in cui l’uso lascia dei segni quasi estetici: quella voce che come ha scritto Bianconi «riportava in vita Tenco e agitava il fantasma di Sinatra, poggiata su un impianto musicale elettroacustico che ti catapultava dentro un film immaginario, e aveva una potenza formidabile», anche se la potenza non è letterale, ma risonanza poetica; lo stesso cantare più forte è questione di intensità, non certo di volume.

Per quanto riguarda le canzoni, la cosa più importante, ce ne sono alcune che non credo Gio faticherebbe a inserire in una sua antologia ideale: Il buio nella pelle, con le sue finezze dall’anima dark: un Gaber di oggi con al piano Nick Cave; Veloce, che sfrutta tutto il dinamismo dell’arrangiamento elettronico per correre, correre citando il vecchio adagio La Crus; La coscienza della mia generazione, guizzante e mozzafiato come i suoi archi irrequieti e le sue parole piene di pathos sui sogni infanti di «fiori senza figli e padri, senza più futuro, ultimi perdenti della storia» romantici sconfitti e aggrappati all’ultima utopia di essere per un giorno eroi innamorati all’ombra del Muro come in Heroes di David Bowie; e Anni zero, un brano capace di rendere elastici il tempo e lo spazio, che ha addosso una classicità da canzone italiana d’altri tempi (una canzone su una canzone che sarebbe dei Velvet Underground ma apre cieli dentro una stanza come un omaggio a Gino Paoli). Uno step sotto, potremmo citare anche l’ultimo pezzo in scaletta, Ha ragione Schopenauer, un po’ Portishead e un po’ vecchi La Crus con quella tromba in odore di jazz. E per la parte ritmica, l’anima latina di Per cantare più forte, l’r&b stiloso di Amore Giuda, le inclinazioni dance-pop di L’errore. Un repertorio che per qualità, coerenza ed equilibrata varietà della scrittura si piazza in alto nella storia di Gio, probabilmente al vertice della sua produzione da solista. Un ritorno d’autore, in tutti i sensi.

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