Recensioni

Maurizio Blatto è un unicum nel giornalismo musicale italiano. Avvocato mancato (per scelta), negoziante di dischi (per vocazione e per destino), ma soprattutto scrittore vero, collabora con una storica rivista di carta (Rumore) ed è sostanzialmente allergico all’esistenza social (non ci è noto alcun suo profilo su nessuna delle principali piattaforme). Col suo terzo volume Sto ascoltando dei dischi – citazione da I Tenenbaum di Wes Anderson (ricordate la scena di Margot-Gwyneth Paltrow nella tenda col giradischi?) e copertina firmata Baronciani – raccoglie una pletora di scritti già pubblicati nella sua rubrica senza limitarsi a fare antologia, ma incastonandoli in contesti narrativi suddivisi in veri e propri blocchi “tematici” (alcuni titoli: Lo psicologo, Il consulente di famiglia, Centro d’ascolto vinilisti anonimi, La Morte…), i quali, presi nel loro insieme, costituiscono un vero e proprio “viaggio allucinante”.
Dove? Nella memoria, nelle ossessioni, nell’anima, nella vita insomma di Blatto, prigioniero del rock’n’roll (della wave, del pop, del jazz…), affetto da dipendenza terminale da vinili, maniaco di CD “deluxe edition” e live rimasterizzati, devoto a un pantheon abitato da nomi come Smiths, Laura Nyro, Neil Young, The Cure, Phil Elverum, Miles Davis, Stereolab e un’altra folla di divinità paganissime e inarrivabili. Blatto è uno insomma che in ogni risvolto del quotidiano scorge appigli con titoli, versi, assoli e timbri incontrati in uno dei migliaia di album e singoli che da decenni rappresentano la sua, come dire, cadenza esistenziale, il suo bagaglio di esperienze, gli snodi nevralgici di una piattaforma culturale tappezzata di botole e trabocchetti da cui puoi (o devi) accedere a cataloghi pressoché infiniti di storie, dalle quali si precipita regolarmente dentro altre storie ancora, e film, libri, fumetti, eccetera.
Stratificazioni labirintiche che le canzoni permettono di esplorare con la loro leggerezza rapsodica, senza mai perdere il polso di una disperata ironia. Quest’ultimo è il punto nodale, nonché il tema cardiaco del volume: la constatazione di un dissidio irrimediabile tra la realtà possibile suggerita dalle canzoni e la sua sostanziale irraggiungibilità. Una frustrazione quotidiana che diventa carburante del meccanismo narrativo grazie all’additivo della – appunto – ironia, una schermaglia sistematica in punta di paradosso e understatement che comunque costituisce il cuore del discorso: l’appassionato di musica è destinato a un’esistenza marginale, aliena, disagiata. È un palombaro in un mondo di ciclisti, è un flaneur in un mondo di corridori, è un romantico riluttante in mezzo a esplosioni di esuberanza da reality show.
Riesumando l’antico paradigma della malattia cara a Svevo, l’indagine patologica di Blatto su se stesso tratteggia una diagnosi spietata: è il mondo a essere malato. Una situazione esilarante via l’altra, un personaggio folle dopo l’altro, una normalità allucinante dopo l’altra, costeggiando le nevrosi fino al confine dello psicopatologico, queste pagine pennellano uno scenario tanto verosimile quanto tragicomico: viviamo davvero in un’epoca assurda fatta di baby dance per adulti, di reggaeton e latin pop che pervadono l’ambiente come leggi di Natura, di sensazionalismo epidermico eletto a chiave di volta delle dinamiche emotive.
Ma tutto questo a dire il vero già lo sapevamo. Il grande e vero merito di Blatto è raccontare la passione/ossessione per la musica (pop, rock, soul, blues, jazz…) senza indulgere in auto-celebrazioni, al contrario lo fa partendo dalle sue mostruosità, dalla quota di alienazione e deviazioni freak che ne contraddistingue la fauna. Senza ovviamente escludere se stesso, le proprie nevrosi, le fobie, le idiosincrasie. Perciò il racconto sfonda in più punti la barriera del grottesco, e inevitabilmente finisce per calpestare il terreno cupo del malanimo, di quella malinconia che è sostrato inevitabile della pop song più luminosa come del rock più feroce.
Sto ascoltando dei dischi quindi non è una risposta a un interrogativo specifico come “cosa stai facendo?”, ma è la risposta che Blatto e molti come lui (come noi?) potrebbero fornire alla più generica ma assai impegnativa domanda: “come va la vita?”
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