Recensioni

7.3

Una delle questioni più scottanti poste dal revivalismo retromaniaco di questi anni riguarda il rapporto tra ciò che si ascolta ed il presente. Ad esempio, mi sta benissimo che si riesumi una vena gospel-soul filologicamente corretta condita magari da venature psych, ma va messo in conto il rischio di restare intrappolati nella casa di specchi della mera riproposizione, in una sorta di dolce, gratificante auto-inganno. Col suo album d’esordio il trentenne virginiano Matthew E. White, già leader di una band avant-jazz (i Fight The Big Bull) e membro dei rockettari The Great White Jenkins, trova invece gli additivi giusti per sintonizzare un soul d’impronta bianca sulle frequenze correnti. Senza lasciare spazio alle lusinghe a gratis. Lo fa allestendo groove letargici e taglienti, ibridi e cinematici, spersi e appassionati. E’ soul, certo, però passato attraverso la cenere di tutte le prospettive e rinato ad una devozione fervida, opportunamente scudata da un distacco flemmatico, un lirismo differito e sornione che sembra volerti trasmettere l’inebriante difficoltà di muoversi coi piedi saldi in un presente isterico. Timbriche calde, fragranze sanguigne e legnose, camerismi crepuscolari e brass band vaporose: ogni pezzo il set di un cortometraggio allusivo, le puntine dell’insidia nel cuscino della letargia. Ritrovi la sbrigliatezza  The Band come trasognata Beta Band nella balzana intensità di Steady Pace e nella indolente One Of This Days, vibrioni Lambchop e ugge Randy Newman in Brazos e nella trepida Will You Love Me (dichiaratamente ispirata a Many Rivers To Cross di Jimmy Ciff), fregole etno nell’adrenalinica Big Love (provvista di citazione caricaturale di Tomorrow Never Knows), spossatezze Eels ed esotismi jazzy nella languiderrima Hot Toddies. E’ un disco che suona vivo e vero mentre ostenta un flemmatico, pensoso infingimento. Ne esci assieme scosso e pacificato, con un filo di sconcerto che rimane teso fino all’ascolto successivo.

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