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Pur avendo costruito un’intera carriera sulle insinuazioni di un modo di raccontare la realtà attraverso lo spettro compositivo della fiaba, come accadeva ad esempio nell’iper-realismo grottesco e trasfigurato di Reality o, con toni decisamente più amari e maturi, in Dogman, fu solo con Il racconto dei racconti che Matteo Garrone irruppe nel registro del fantastico compiendo a propria volta un’operazione di sublimazione di un discorso autoriale già ampiamente definito e, al contempo, un passaggio fino a quel momento atteso e affrontato con cognizione di causa. Più che bistrattato all’epoca della sua uscita, l’adattamento delle opere di Giambattista Basile non solo permetteva al regista romano di scendere a patti con la propria formazione, ma di gettare le basi per un nuovo tipo di racconto filmico, slegato dalle logiche di marketing contemporaneo e dalla consuetudine italiana a farne per forza un prodotto tipicamente nostrano (non a caso il film fu girato in lingua inglese aprendo le porte a un’universalità non solo teorica ma anche pratica dell’opera) che guardasse insomma a un nuovo stile di racconto con uno sguardo sempre attento all’artigianato che ha condizionato e reso noto al grande pubblico il cinema italiano, quest’ultimo contaminato da oltre trent’anni di postmodernismo indisciplinato (dai circhi viventi immaginati e messi in piedi da un Federico Fellini alle riproposizioni fantasmagoriche di un Terry Gilliam).

È così che all’indomani dell’acclamazione per Dogman, Garrone approda al progetto inseguito per tutta una vita: mettere in scena Le avventure di Pinocchio di Carlo Collodi. Sebbene esistano numerosi adattamenti cinematografici dell’opera, in Italia (se escludiamo i progetti d’animazione) è stata trasposta solamente tre volte (Garrone compreso), e quella di Roberto Benigni del 2002 (all’indomani del successo planetario de La vita è bella) è ancora una ferita aperta, e per il suo autore e per il pubblico, che non perdonò al regista/attore/burattino un’infantilità fin troppo esibita (eppure era chiaro che Benigni era il Pinocchio del cinema italiano). Una missione difficilissima, insomma, se teniamo conto anche dell’amatissimo adattamento televisivo di Luigi Comencini, stampato a ferro e fuoco nell’immaginario nazionale come unica e riuscita trasposizione del classico di fine Ottocento.

Partendo da presupposti, quindi, diametralmente agli antipodi rispetto al precedente Racconto dei racconti, Garrone trova tuttavia il modo di far sì che le due opere dialoghino tra loro: se da un lato avevamo imponenti scenografie (pur ricavate dai castelli disseminati nel nostro ricchissimo paese) e sovrastrutture narrative che si intersecavano tra loro, nel suo Pinocchio il regista trova la chiave di volta in una semplicità manifesta e il più delle volte così leggera da scatenare immediatamente la riflessione e tornare quindi al punto di partenza. Non c’è bisogno di tradire, non c’è bisogno neppure di adattare una fiaba universale e sempre attuale al mondo contemporaneo, e nemmeno di immaginarla proiettata in un futuro visionario (ricordate l’A.I. – Intelligenza artificiale di Steven Spielberg?). Questo non vuol dire che Pinocchio non sia in tutto e per tutto un film di Matteo Garrone, anzi: i tagli rispetto al romanzo sono evidenti, ma sono sempre volti a plasmare una materia ricchissima, pregna e stratificata verso significati e simbolismi che appartengono al cinema del cineasta de L’imbalsamatore. Per questo non ha bisogno di tradire Collodi, bensì di re-immaginarlo come un vecchio maestro che ha saputo donarci un insegnamento, ma dove quello stesso insegnamento è maturato secondo una concezione della realtà, della morale e della vita del tutto personale.

Così, il burattino che prova in ogni modo a convincere la Bambina dai Capelli Turchini in Collodi a tramutarlo in un bambino vero, diventa il personaggio che vuole vivere la sua vita come si sente di viverla in Garrone, senza imposizioni borghesi, senza discorsi morali vecchi e imbolsiti, poiché calato in una terra degli opposti in cui essere colpevoli è una salvezza; così Geppetto non è più una velata allegoria dello sfruttamento minorile (il vecchio falegname sogna sì di costruirsi un burattino come figlio, ma per portarlo in tour e servirsene per arricchirsi e sfamarsi), ma diventa il bisogno di una cultura indispensabile per arricchirsi interiormente, in una società che ha soffocato anche il diritto di amare e di essere amati; che poi – in maniera postmoderna – il personaggio sia interpretato dal Pinocchio per eccellenza (un Benigni spogliato di tutto il suo spirito luciferino, vessato sia nel corpo che nello spirito) è un gesto d’affetto che tradisce la sconfinata umanità del suo autore (così come il Lucignolo della commedia italiana Massimo Ceccherini – qui anche co-sceneggiatore – diventa la Volpe perfetta dalla quale difendersi ma con cui empatizzare inconsapevolmente).

E, infine, il desiderio realizzato non perché si siano accettati certi dogmi della società benpensante, ma per un gesto pieno d’altruismo trasformato in duro e onesto lavoro (come quegli ultimi sempre osservati dal regista con una certa affettuosità). Ci sarebbe tantissimo altro da dire sul Pinocchio di Matteo Garrone, di quanto sia importante il suo essere arrivato nel momento giusto sia per l’attualità storico-politica del nostro Paese – in un periodo in cui il rischio di apparire didascalici è un atto di sincera rivoluzione – sia per la sua carriera di regista (il film è un compendio di maturità espressiva con pochi eguali oggi). Attraverso Collodi, si racconta – come si dovrebbe sempre fare – il cambiamento di una società, di un paese sprofondato in una depressione dalla quale non si vede via d’uscita, con quest’ultima da rintracciare nei pochi momenti felici che decidiamo di concederci, non dimenticando mai il giusto rispetto nei confronti di chi potrebbe pensarla diversamente.

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