Recensioni

Eletto nel 2015 dalla rivista Musica Jazz come Miglior Nuovo Talento Italiano, Matteo Bortone (collaboratore, tra i tanti, anche di Roberto Gatto) torna con questo ClarOscuro, dopo il Time Images pubblicato proprio nel 2015 a nome Matteo Bortone Travellers (combo italo-francese di cui vi abbiamo parlato anche noi e che comprende, oltre al contrabbasso e al basso elettrico di Bortone, il clarinetto e i synth di Antonin-Tri Hoang, le chitarre di Francesco Diodati e la batteria di Ariel Tessier). Sono della partita questa volta Enrico Zanisi al pianoforte e Stefano Tamborrino alla batteria, oltre naturalmente al padrone di casa, per un trio che adotta una formula piuttosto classica nei timbri, ma tutt’altro che scontata nella grammatica.
Del resto Bortone ci ha abituati a strutture jazzistiche ampie ed elaborate, in cui «il focus principale è incentrato sulle molteplici possibilità di transizione da parte scritta a improvvisazione e viceversa». Il che significa, ad esempio in brani come Know Yourself, ricorrere a un descrittivismo calzato su una melodia modale e crepuscolare, per poi abbracciare in toto desinenze più vicine alla contemporanea che al jazz, quando tocca ai solisti prendere le redini. O magari abbozzare un incedere quasi prog in una Manimoto che proprio sul collidere di tempi differenti tra la batteria e gli altri strumenti costruisce un’angolatura tutta personale. In Diablos poi i tamburi sembrano quasi citare il beat funk del mai troppo celebrato Jaki Liebezeit dei Can su una struttura armonica che non dispiace affatto, anche se il tema degli incroci di tempi di cui si diceva in precedenza ci pare il leitmotiv di molti brani del disco: spicca, ad esempio, anche in una Wormhole gonfia di sincopati e ubriacante nei cambi di armonia. Con in più il valore aggiunto di alcune concessioni a certe sfilacciature rumoriste e avant come quelle di Concretion Part 1, anche queste indice di una idea di musica totale e senza tante barriere.
Posto che ClarOscuro è un disco pregevole e sorprendente in termini di scrittura, oltre che capace di attraversare più linguaggi senza soluzione di continuità, rimane la sensazione che l’unico rischio, per un musicista capace come Bortone, sia quello di suonare un tantino cerebrale in certi passaggi. Questione di gusti personali, sia chiaro, ché di sostanza e professionalità in questi solchi ce ne è a bizzeffe.
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