Recensioni

“ma poi, se arrivi al punto che… cioè, se quella persona arrivi ad amarla, allora è come se la faccenda si capovolgesse, cioè non è più che apprezzi quella persona per via di certi aspetti di quella persona; piuttosto è che cominci ad apprezzare gli aspetti di quella persona perchè apprezzi la persona. Tipo come una cosa centrifuga anzichè centripeta. Cioè, almeno così è come – oh scusa. Così è come la vedo io.”
La Scopa del Sistema – David Foster Wallace 

Premessa. Matt Elliott costringe al capovolgimento. Se ti ritrovi a scrivere di lui, ne racconti le gesta, gli sguardi (sì, esistono ancora), ciò che gli ruota attorno (dove va, in un angolino buio, ovvio) e infine, le sue di reazioni a tutto questo. Non altro. Lui non le cerca, queste reazioni; anzi, tutto in lui, a livello esistenziale (sottraendosi inconsciamente) o musicale (stratificando sussurri e suoni), racconta di una sparizione, di un’onestà timida figlia del dolore, presumibilmente delle vite che ha vissuto.

Happen Club, appena dietro la stazione di Modena, fine gennaio. Una stanza deliziosa e accogliente, per nulla alcolica. Siamo nel bel mezzo dell’ennesimo tour del Nostro in Italia, il secondo nel giro di nove mesi. Mattoncini a vista dietro la sua sedia, una chitarra e mille aggeggi, un flauto perso nel mezzo addolcisce il tutto. L’attacco è coraggioso e intensissimo, quella Dust, Flesh and Bones, capolavoro dell’ultimo – leggermente sottotono rispetto ai lavori precedenti – The Broken Man. Le poche parole che la precedono mettono in guardia il centinaio di presenti – “my fucking voice is over” – con Elliott che fa il gesto di tagliarsi la gola come per dire “sarà dura tenere il ritmo”. E’ un lento crescendo inarrestabile attorno a quell’unica fine, quelle parole, just like we’ll die alone: un verso dapprima speranzoso e invadente che si rincorre fra i tasti orientaleggianti, e poi, infine, arioso, perso tra decine di incastri, sovrapposizioni: poche corde sfilacciate, aggredite e voraci, echi di voce ad ampliare la tavolozza dei sentimenti che trasudano dalle sue composizioni. Mille espressioni di dolore: la mano a reggere un lato del viso e il corpo che si allunga su se stesso, teso nel sovrastare il tutto. Lunghissimo, profondissimo. Un dinosauro del dolore, dice qualcuno, tra passato e sopravvivenza.

L’inno anarchico de Il Galeone zittisce tutti, riportandoci a casa. Ninna nanna battagliera in salsa mitteleuropea, un libro sull’acqua, sulla voglia di scappare, sincero nell’interpretazione di Elliott. Priva di fronzoli, liquida e diretta come dev’essere una canzone contro. La variante – almeno inizialmente – quasi “hiphopara” di I Name This Ship The Tragedy Bless Her diventa, in coda, una distesa dal sapore balcanico, da aprire le danze tra l’umidità dei soli parcheggi. Una sintesi di influenze, a tratti magnificente, e un capovolgimento continuo di umori da lasciarci il cuore.

Le cover la fanno da padrone, tra una sorprendente Bang Bang (My Baby Shoot Me Down) – quasi irriconoscibile nella sua nuova veste, tragicissima – e una rilettura destrutturata e melanconica del tema portante di Pulp Fiction. Unico bis perché oltre la voce non può scavare. In questo nuovo tour l’impianto sonoro si fa sempre più scarno e le dolci tastierine a fiato spariscono, incapaci di inseguire dinamiche già affinate, o meglio, incorniciate. Rimangono le ossa, le sue ossa e la chitarra.

Il finale elettrico di Desamparado (dal capolavoro Failing Songs) restituisce confusione e ritmi, delusioni che pungono ancora sulla povera chitarra, abbracciata violentemente fino agli ultimi tasti, mentre la drum machine annienta il tutto. I muri fischiano, due ragazzi si accucciano accanto al palco a godersi il Nostro spogliato di tutto, a parte una magliettina recante la scritta Lost: un film di Garrel. Forse l’unico cantautore capace di abbracciare, ancor di più dal vivo tutti i sapori del nostro vecchissimo continente. Culto.

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