Recensioni

Ricordate quel luogo comune sui comici? La leggenda per cui giù dal palco, lontano dai riflettori, nella loro vita privata costoro sarebbero persone per lo più chiuse, un po’ tristi, parecchio solitarie? Ecco, uno come Matt Berry potremmo farlo rientrare tranquillamente in questo stereotipo e The Small Hours, il suo lavoro più personale, ricco, sfaccettato e complesso, ergerlo a emblema di questo dualismo che vede da un lato una faccia ariosa, positiva, piena di brioso pop-jazz swingato a colpi di sax e piano rhodes, dall’altro un profilo scuro, un po’ tenebroso, fatto di ombre, in cui il songwriter inglese si immerge affrontando con maturità temi delicati quali morte, religione e solitudine.
Stiamo pur sempre parlando del disco di un attore, nella fattispecie il primo registrato con una live band, che ha dalla sua la leggerezza e quel tasso di accessibilità alto che si può permettere un lavoro curato con passione, cuore e naturalezza. Un album che non ha paura di cambiare registro tra un brano e l’altro e che, pur non brillando particolarmente, riesce a incasellare buoni brani pop che potrebbero persino stare nelle discografie degli ultimi Wilco, del più funambolico Father John Misty o negli anfratti solitari del John Lennon più malinconico, salvo poi virare verso infatuazioni davisiane in Night Terrors.
Non avrà meriti particolari né momenti indimenticabili, la nuova fatica di Matt Berry, ma vale sicuramente più di un ascolto, magari disteso e spensierato, ché a mettervi qualche tarlo sarà direttamente l’artista britannico. Liberandovi da qualsiasi pregiudizio di sorta, potreste persino innamorarvene.
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