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7.5

Gli anni Venti dei Matmos sono animati da una effervescenza creativa senza precedenti, visto che oggi toccano quota quattro titoli in un quinquennio, con un Metallic Life Review che va a occupare la casella numero quindici in quanto a dischi di inediti a partire dall’omonimo esordio del 1997. Certo, per il duo residente a Baltimora non è semplice parlare di album in senso canonico, trattandosi più spesso della messa a terra di performance, progetti trasversali, esperimenti concettuali. Nei quali tra l’altro a uscirne strattonata – deformata, astratta – è l’idea stessa di musica, in costante esitazione tra la sua dimensione concreta e sintetica, in bilico – sul versante prettamente stilistico – tra avanguardia e pop elettronico con licenza di sconfinare in territorio IDM, techno, exotica e via discorrendo.

Un aspetto che ricorre nei lavori di Schmidt e Daniel è la sovrapposizione tra elementi, contesti o situazioni specifiche e una relativa nonché plausibile corrispondenza sonora organizzata musicalmente. Come se tutto – dagli interventi chirurgici alle sedute di parapsicologia, dalle materie plastiche alle vibrazioni delle sinapsi – potesse trovare espressione in musica, o viceversa come se la musica costituisse un riflesso necessario di, beh, qualunque manifestazione del reale. Tutto ciò è affascinante, certo, ma quello che più convince e avvince della loro proposta è un altro aspetto: più spingono sul pedale dell’elaborazione intellettuale, profilandosi come ingegneri ultra-nerd dell’elaborazione sonora, e più il risultato sembra avvolto in un alone di mistero, suggestivo e inspiegato, seducente perché inspiegabile. L’approccio è insomma più alchemico che ingegneristico, più evocativo che algoritmico.

Nel caso di questo nuovo lavoro, il concept è all’apparenza assai semplice: creare musica a partire da oggetti e strumenti metallici. Pentole, lattine, viti, cazzuole, diapason, vibrafoni, pedal steel e via discorrendo, suonati per l’occasione oppure provenienti dal vasto archivio di found sounds del duo (tra cui rintocchi di campane, cancellate di cimiteri, frammenti caduti da camion diretti alle isole di rottamazione…). Il risultato è tanto ipnotico quanto scostante, accattivante un attimo prima di sembrare alieno. In una parola: uncanny.

Tanto le cinque canzoni della prima parte che la lunga suite conclusiva (la title track) si muovono sulla linea di confine tra biologico e minerale, tra vita e simulacro. Potrebbero essere la soundtrack che sente un androide mentre sogna se stesso che si fa attraversare da sensazioni, desideri, sconcerto, timori. Sono insomma rappresentazioni musicali piene di una vita che non è realmente vita, ma che rimandano continuamente a una forma di vita riflessa, differita. Eppure, in qualche modo, tutto ciò suona stabile, affidabile, familiare. Il metallo – con la sua consistenza duttile, la sua plasticità resistente, le peculiarità materiali – è un mezzo di produzione sonora capace di rafforzare il patto di presenza nel reale. Lo è in quanto proiezione espressiva dell’attitudine tecnologica che ci caratterizza come specie, specie che oggi – nelle more della rivoluzione digitale – deve fare i conti con il dissolvimento di tutto ciò che fino a un attimo prima sembrava solido.

Non a caso – e tristemente – l’album è dedicato alla musicista sperimentale Susan Alcorn, deceduta lo scorso gennaio, che ha suonato la pedal steel nella palpitante Changing States: nell’alternanza di tramestio ritmico, vibrazioni lunari e gocce stuporose di vibrafono (un impasto che ricorda i Tortoise più acrilici), sembra di assistere a un carosello di impermanenza, ovvero a un’esitazione sul concetto di “cambio di stato”, in bilico sull’intermittenza angosciosa tra esserci e non esserci, però con leggerezza, attraverso il gusto salvifico dell’astrazione, dell’insensatezza effimera e incantevole, quella del suono prodotto da manufatti solidi, da questa impronta al tempo stesso fuggevole e tangibile del nostro transitare.     

Clangori e cerniere di porte che cigolano sono l’incipit di Norway Doorway, giustamente posta in apertura, a suggerire l’attraversamento di un varco: ma non ci si sposta davvero, si accede solo a un altro modo di percepire. A differenza del rumorismo industrial alla Einstürzende Neubauten, più che il processo qui al centro della questione c’è il metallo in quanto prodotto/riflesso del nostro agire tecnologico (metallo che infatti, da par suo, in molti casi è dotato di superficie nella quale possiamo rifletterci, seppure distorti, adombrati: probabile tema implicito della lynchiana The Chrome Reflects Our Image). Ancora: metallo come avatar, come scarto (vedi la convulsa The Rust Belt), confine tra riflesso e concretezza, tra suono e corpo. E che in ragione di ciò è chiamato a fare da testimone, a ricordarci la parte sempre più obsoleta – o dimenticata – della nostra natura: quella materiale, materica.  

Detto delle sincopi serafiche di Steel Tongues col suo esotismo cibernetico, come se uno spirito voodoo soffiasse suggestioni Umiliani tra ingranaggi d’alluminio, è doveroso soffermarsi sulla già citata title track, oltre venti minuti registrati live-in-studio che si avviano in modalità concreta-ambient prima di innescare un loop etno-robotico intriso di deriva, con qualcosa di patafisico e cupo che rimanda ai Faust più dinoccolati, salvo poi precipitare in una tana arcana di rumorismo minimale (biglie d’acciaio, campane, lattine, catene, monete, chissà cos’altro), parata mnemonica plastica, ipnotica, stregonesca, intenzionata a strappare ricordi dal buio del rimosso.      

Si potrebbe insomma interpretare questo disco come una specie di psicanodia (l’ascensione dell’anima secondo la gnosi, ovvero la liberazione dalla zavorra del corpo) ma in reverse, nella quale cioè l’anima non è chiamata a liberarsi dalla materia ma deve semmai ritrovarsi in essa, attraversandola, rievocandola riflesso dopo riflesso. Nel tentativo forse di recuperare la congiunzione tra suono (e, quindi, musica) e la sua origine materiale, tangibile, persistente: un legame venuto meno – lo sappiamo bene – con la vaporizzazione dei supporti, vero e proprio arto fantasma per ogni appassionato di musica, ma anche condizione emblematica per l’individuo gettato nell’era digitale, sempre più dematerializzata, sospesa sulla soglia ammaliante del virtuale. 

E quindi, in conclusione: i Matmos immancabilmente oltrepassano il campo d’azione canonicamente occupato dalla musica, ma hanno comunque il pregio di suonare intriganti, immediati, alludendo a una trama concettuale però, come dire, senza concettosità. Questo disco è in parte medicina lisergica – con tutto il potere incantatorio che ciò comporta – e in parte vaccino, intenzionato cioè a inoculare il dispositivo in grado di riconoscere l’Altro concreto che, in quanto nostro riflesso, produce noi stessi, il senso del nostro esserci. Se vi pare poco.

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