Recensioni

6.3

Sulla questione della band italiana che mastica linguaggi di artisti europei e se ne va a cercare fortuna all’estero, ci sarebbe tanto da raccontare. Storie andate bene, altre un po’ meno, tantissime bloccate in uno stallo che impedisce di capire se la scelta di portare le proprie sonorità e i propri linguaggi fuori dal Paese di origine sia stata giusta o meno. Non sappiamo quanta fortuna stiano effettivamente raccogliendo a Londra i Matinée, band abruzzese che ha sempre professato un amore viscerale per il britpop prima e la nuova ondata indie dopo; fatto sta che il quartetto ha trovato oggi una sua stabilità in terra straniera confermata dalla recente uscita del primo disco These Days, pubblicato dall’etichetta mancuniana Neon Tetra.

These Days è un disco inglese in tutto e per tutto, con la produzione di Tony Doogan e la collaborazione di Chris Geddens (Belle & Sebastian) alle tastiere del singolo omonimo di lancio: l’evoluzione rispetto alle prime cose prodotte è in senso marcatamente indie/electro, con un accento particolare posto su ritmiche serrate in classico stile Franz Ferdinand (di cui i Matinée erano la tribute band italiana ufficiale). Il background iniziale del britpop viene così ampliato sulla scorta di riferimenti sia americani che inglesi (leggi The Killers, Arctic Monkeys o Futureheads) e la tendenza a costruire episodi dai forti hook radiofonici (White Lies) sembra chiara nelle dieci tracce dell’album.

L’attuale panorama indie rock inglese sembra ricercare sempre il pezzo risolutore, l’anthem che riunisca tutti sotto la sua presunta potenza di inno da cantare negli stadi: una canzone come These Days o Missing Pieces Of A Gigsaw sono perfetti esempi di come i Matinée abbiano volutamente cercato questa soluzione. Ma, a fronte di una produzione impeccabile e come anche per band autoctone come The Courteeners, la formula sembra perdere la sua forza man mano che viene assunta.

Non c’è nulla fuori posto nelle dieci canzoni di These Days, tutto suona standard e tipico, viaggiando sui rassicuranti binari di un indie rock danzereccio in perenne flirt con l’elettronica e i sintetizzatori; nonostante siano presenti alcuni pezzi interessanti (l’opening track Bigger Picture o 40 Years Old su tutte), il rischio dell’oblio, come per grossa parte dei dischi inglesi attualmente sul mercato, c’è e suona quanto mai minaccioso.

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