Recensioni

Anni di piombo, creste selvagge e tossicità, i Settanta: i Matia Bazar – band fondata a Genova nel ’75 sulle ceneri dei soft-prog Jet – invece a pasturare l’auditorio del belcanto, sfornando un hit dietro l’altro, da Stasera… che sera! a C’è tutto un mondo intorno, da Cavallo bianco a Solo tu, concedendosi persino la vittoria a Sanremo con la sdolcinatamente epica …E dirsi ciao. Artefice principale quel Piero Cassano dal fiuto sensibilissimo per le melodie sbranaclassifiche. Il cui abbandono nel 1981 coinciderà con l’ingresso in formazione di Mauro Sabbione, quindi di un rinnovato ordine di riferimenti, intenzioni e idee. Vedete un po’ voi: Cassano diverrà la penna dietro al fenomeno Eros Ramazzotti, per il quale comporrà i principali successi, mentre Sabbione si presenta dichiarando di ispirarsi a Kraftwerk, Ultravox e Joy Division tra gli altri.
Questo dovrebbe spiegare più o meno tutto ciò che accadde di lì a poco. Ma c’è una continuità nella frattura. La svolta new wave di Berlino, Parigi, Londra (1982) cambia sì scenografie, ambiti, obiettivi, tuttavia resta la stessa progettualità di fondo: confezionare un pop di pura evasione che non rinunci al fascino della complessità, percorrere il riflusso culturale dei tardi Settanta/primi Ottanta col più arguto dei disimpegni, lasciando che nello stanzino del melodismo italiano spirassero brezze arty, avanguardie robotiche e rigurgiti d’ogni epoca e latitudine. Tango è in questo senso il loro capolavoro e un capolavoro del pop italiano di ogni tempo. E non avrebbe potuto esserlo senza la sua verifica nazional-popolare.
Intendo, ovviamente, Sanremo. Quello dell’83, vinto per intendersi da Tiziana “quarto d’ora di celebrità warholiana” Rivale. I cinque Matia Bazar si presentarono sul palco dell’Ariston come alieni azzimati sul ponte di una crociera post-moderna, come nostalgici ciber-manichini in fuga da un patinato altroquando di telefoni bianchi e daiquiri letterari, mossi da un’eleganza algida e sincopata al cospetto d’un computer perentorio. Probabilmente quelli di Vacanze Romane furono i due minuti e mezzo – questa la durata massima consentita, il pezzo fu incautamente sfumato all’altezza del secondo chorus – più contemporanei della storia del festivalone. Era, ed è, una canzone formidabile, satura di fantasmi felliniani, riverberi operistici, cabaret sintetico e brezze latine (tra queste ultime la dichiarata devozione per Yma Sumac, straordinaria vocalist peruviana celeberrima nei Fifties).
Pezzo che ancora oggi ammalia malgrado l’usura, accomodante senza pretenziosità eppure frutto di intrigante stratificazione: ovvero, il pedigree del pop migliore. Inevitabile sceglierlo ad inaugurare la scaletta composita di Tango, ricca di ammiccamenti Japan (Intellighenzia) e Ultravox (I bambini di poi), fregole Kate Bush strinite Yellow Magic Orchestra (Palestina), ma soprattutto di techno-pop dal tiro ibrido, balzano e inquietante come Elettrochoc e Il video sono io. Tutta roba che sorprese per la padronanza quasi irriverente, viatico per la definizione d’una calligrafia unica segnata dall’utilizzo disinvolto di espedienti, trovate testuali all’insegna d’un para-nonsense degno del Panella prossimo venturo (Tango nel fango) e – ovviamente – del soprano duttile ed enfatico però mai fuori luogo di Antonella Ruggiero.
Una formula che non seppe ripetersi allo stesso livello nel pur buono Aristocratica (1984), dopo il quale Sabbione concluse la sua troppo breve avventura nella band. Che da allora non mancò di cogliere ulteriori successi, ma sempre più sulla scorta d’un passato – ahnoi, ahiloro – irripetibile.
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