Recensioni

Mathias Stubø aka Proviant Audio aka Mathijazz, classe 1992 dalla Norvegia. Batterista, polistrumentista, compositore, produttore, dj, sulla scena già a 14 anni, una vera star in patria, tra recensioni entuasiastiche (tanto sulle riviste jazz che su DJ Mag), radio, premi (artista dell'anno 2010) e una frenetica attività live anche in versione big band con 12 elementi. Questo omonimo è il suo secondo album ufficiale, dopo uno start up su Paper Recordings e un acclamato 1979 su BBE targati entrambi 2011.
Venti pezzi e un dittico che è un concept spacey sui sentimenti e sulla vita che piacerebbe assai a Flying Lotus, modellato sulle tante forme che può assumere una fusion electronica – collagistica e sampledelica, eppure assolutamente organica, unitaria, suonata – orchestrata con una craftmanship semplicemente eccellente, a tratti così ricca da restare letteralmente a bocca aperta. Mathias è cresciuto con un retroterra di ascolti ossessivi che lo avvicinano a un altro biondo enfant prodige della nuova fusion, Austin Peralta, ovvero tutto quel lussureggiante microcosmo jazz post-Miles Davis/Bitches Brew e quindi giù di Chick Corea, Mahavishnu Orchestra, Weather Report, Stanley Clarke; ma al contrario del pur bravissimo – anzi, del fin troppo bravissimo – Peralta, il focus qui non è sulla tecnica e sul solismo, ma sulla costruzione di brani fortemente narrativi, cinematici.
La scaletta è così un colorato vorticoso caleidoscopico zibaldone che usa la tecnologia electro-hop (la doppia H si materializza decisa in Don't Give Up on Me) e i cut e gli speziati acciacchi del wonky (most notably, When We Were One) per aggiornare il verbo fusion del latin (Those High Frequency Feelings), del funk (Let Time Pass, con inserti chiptune; Oss To; la lunga jam Opp I Lufta; la scoppiettante No One Would Know) e certi orientalismi mclaughliniani (Fly with Me), sfiorando in più momenti la cervellotica giocosità di uno Squarepusher (Back Into My Life).
Moltissima – forse anche troppa – la carne al fuoco, in un ambito peraltro sempre più affollato e a rischio di manierismo, ma una personalità contagiosa e un savoir faire musicale che nulla hanno da invidiare ai migliori produttori americani.
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