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In questi giorni di calendari sciocchi e sbiadite apocalissi alla moviola, dove cupi venti di guerra soffiano gonfiando le bandiere degli idioti, tornano in Italia Massive Attack, e il loro live è qualcosa di più di un semplice concerto. La data all’interno di UNALTROFESTIVAL, preceduta dall’esibizione solitaria di Dadà, cantante napoletana già avvisata ad X Factor qualche stagione fa e che mostra di avere frecce nella faretra con alcuni pezzi interessanti, ci consegna ancora una volta una band capace di muovere, smuovere, commuovere, con un sound divenuto da tempo oramai un classico.

Potremmo definirlo blues dell’Antropocene, soundtrack per un mondo in fiamme, soul 4.0. Non ha molta importanza, ciò che conta è che le canzoni dei bristoliani invecchiano bene come il vino buono, assumendo nuove fragranze, altri sapori. Robert Del Naja e Daddy G si presentano in settetto con batteria, percussioni, synth, chitarra e basso elettrico. In apertura del set parla una rappresentante di Medici Senza Frontiere, poi sul maxischermo iniziano a scorrere visuals spettacolari, che rappresentano un forte valore aggiunto per lo spettacolo: algoritmi, codici, dispositivi, il lato oscuro dei social media, il ronzio dell’attualità, la morte che si mescola al gossip, domande che pulsano e formicolano sul display: “La natura è caotica o ordinata?”, “Il cuore ha le orecchie?”.

Massive Attack
Elizabeth Fraser canta Song To The Siren, foto di Andrea Leone

Le scorie dell’infosfera, i macachi usati da Elon Musk per i suoi inquietanti esperimenti di biotecnologia, cosa significa oggi essere umani, essere ancora umani, mentre siamo contadini che coltivano per il nostro invisibile, visibilissimo padrone, il nostro angusto pezzetto di terra digitale. Sono inni a ciò che resta dell’amore nell’epoca del capitalismo di sorveglianza queste languide protest song, pescate soprattutto da Mezzanine, come Risingson, mentre le immagini, affilatissime e visionarie, più reali del reale, imbastiscono una sorta di blob, di cronaca psichedelica dove si alternano senza soluzioni di continuità assassini sionisti, massaie americane dal parrucchiere in Oklahoma, Lawrence d’Arabia, la meteora di Čeljabinsk.

Massive Attack
Massive Attack al Parco della Musica di Milano, foto di Andrea Leone

“I minerali sono ciò di cui è fatto il mondo virtuale”, “Benvenuti nel cyberspazio”, un tema di storia di un’ora e mezzo in musica, folk elettronico di una fine, “mentre in silenzio i soldi continuano a fluire a Zug”. “Che cos’è la verità?”: cascate di codici binari a dilagare sullo schermo, la cover di Song To The Siren con Elizabeth Fraser, Angel, ancora più oppiacea e liminale, nuovamente benedetta dalla voce del partner in crime Horace Andy.

Un suono scuro, minimale, a suo modo austero, elegiaco, sensuale. Da Blue Lines arrivano Safe From Harm e il capolavoro senza tempo Unfinished Sympathy, titoli di coda del Novecento a cadere in un imprendibile vortice d’archi, Inertia Creeps e la sua tempesta tribale, elettrica, il battito che porta ancora alle lacrime di Teardrop. Bassi lenti e profondissimi, arrangiamenti calibrati al millesimo, meccanismi lievissimi e perfetti: l’ombra del dub, mille suoni filtrati nella nebbia psicoattiva di uno scantinato nella città meticcia.

Lo chiamavano trip-hop: i Massive Attack oramai sono un classico senza tempo, sono la cronaca languida e a suo modo punk di stanze in cui non c’è più amore; il concerto ancora una volta ha tutti i crismi per essere definito imperdibile.

La foto gallery di Andrea Leone.

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