Recensioni

Nessuna trama né concept, nulla di nulla dietro al nuovo lavoro di Martin Rev, se non lo slancio creativo crudo e libero, pittura nera su ampia tela dipinta con tutta la calma del mondo, e quel senso di libertà che ti dà il gesto puro dello scrivere musica. Demolition 9 è il primo disco del tastierista dopo la dipartita dell’amico e bandmate di una vita Alan Vega, un album composto da 34 tracce che scopriamo essere state incise prima della sua morte e all’interno di un arco temporale piuttosto ampio che va grossomodo dal precedente Stigmata (del 2009) ai giorni nostri. Ed è proprio da quel lavoro (che elaborava a suo modo la perdita della moglie Mari) che la nuova collezione, intrisa di rinnovato misticismo, dolore e scampoli di speranza, prende una delle sue tante forme.
Una delle vie percorse dell’ex Suicide porta ancora una volta al bozzetto orchestrale o al balletto siderale, a un tutto ridotto ai minimi termini oppure al semilavorato algidamente midi-zzato. Musica che sopravvive al solo schizzo emotivo che l’ha generata e che non ha altra logica se non quella suggerita dalle stesse canzoni (e sono le sue stesse parole). Qualcosa di vitalistico e sincero espresso attraverso brani che, come entrano in scena – minacciosi e inumani ma anche fragili e umanissimi – così se ne escono. E così sfilano gli eternamente amati anni ’50, l’amore per il doo wop che fu anche di Zappa, l’industrial, l’easytronica, flebili quanto sporadiche incursioni vocali, tutto messo lì senza troppi patemi, come tante statuine di gomma al macero, una parata di perdenti al talent show dell’assurdo. L’album è autobiografico nel senso che riassume il sentimento di un uomo che si è lasciato più anni alle spalle di quanti ne potrà ancora vivere in futuro, e sta bene così.
Demolition 9 è un ideale bignami di una carriera, incoerentemente coerente, il quaderno d’appunti di una vita firmato da un’impenitente anima punk con la bubblegum al cinnamon tra i denti e il riflesso sugli occhiali a specchio che ti impedisce di coglierne appieno la figura. Musica a cui vorremmo domandare molto di più e molto meglio, ma che ha senso anche così.
Amazon
