Recensioni

Pop sì, ma con gusto e senza accessi. In fin dei conti parliamo sempre di Markéta Irglová, una che ha realmente rischiato di passare per la sparring partner di Glen Hansard (nel film Once come nell’arte), la raccomandata che grazie al prezioso legame con il busker irlandese (ora finito) e la collaborazione con The Swell Season (3 dischi pubblicati e Oscar con il brano Falling Slowly nel 2008) ha avuto vita facile nel vedersi aperte delle porte e crearsi un proprio pubblico. E invece in questa sede non verranno poste domande, perché il dubbio non è funzionale alla fruizione di un album come Muna: il secondo in carriera da solista, eppure già abbastanza maturo da perfezionare la formula correttamente abbozzata con l’esordio Anar nel 2011.
Muna risente del trasferimento in Islanda ma non suona come un manifesto dell’attuale scena nordica, pur mantenendo un’impostazione solenne che richiama ampi e freddi spazi aperti, gli stessi che si creano nella mente dell’ascoltatore quando scorrono le intense e sontuosamente spoglie ballate pianistiche della Irglová. Il gusto pop, inteso come fruibilità, è genuinamente presente in tutti gli episodi dell’album, ma non è il primo elemento che salta all’attenzione; stiamo parlando di una cantautrice che mostra una scrittura agile ma non scontata, spesso in sordina, per poi crescere in ogni brano e dopo ogni ascolto. Il pathos compositivo, un Islanda eterea ma non invadente, importanti collaborazioni (Rob Bochnik dei Frames) e un accento posto sul climax costruito attraverso l’apparato cameristico/sinfonico spesso presente nei brani: sono queste le principali carte messe sul tavolo dalla pianista ceca per un album che suona minimale pur mantenendo un grosso lavoro di cesello sugli arrangiamenti e la presenza sempre misurata degli strumenti.
In mezzo all’opening track Point Of Creation e la struggente ballata This Right Here (che presentano la stessa frase come ad aprire e chiudere un percorso) ci sono le morbide e calibrate Time Immemorial e The Leading Bird, vere e proprie gemme pop che non ostentano un’eleganza da svendere, ma si lasciano contemplare ascolto dopo ascolto. Tra una Natalie Merchant più cupa e una Björk ripulita, i primi spazi si aprono e ci si ritrova senza una mappa – Without A Map appunto – perdendosi nel dolce tessuto pianistico e nell’epicità della progressione armonica. L’accoppiata Phoenix/Seasong Change si candida ad essere uno dei momenti migliori di Muna, complice la penetrante melodia del primo brano e la delicatezza autunnale e notturna della seconda. La chiusura convincente di un disco convincente è nel brano Gabriel, che richiama fortemente When Your Mind’s Made Up suonata con Hansard nel film Once: quasi come a voler indicare dove si è arrivati, senza mai dimenticare da dove si è partiti.
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