Recensioni

5.8

Da quando ha smesso di essere artista di culto (leggi: dai Queens Of The Stone Age in poi), Mark Lanegan è diventato l’ingrediente buono per ogni ricetta, la spezia miracolosa in grado di insaporire anche il piatto più insipido. Un gioco cui l’ex Screaming Trees si presta volentieri, al punto di ritrovarselo in posti apparentemente inaspettati come un disco di Isobel Campbell (il fortunato Ballad of the Broken Seas) o, in questo caso, il secondo album di un duo inglese approdato al trip hop fuori tempo massimo.

A Rich Machin e Ian Glover, in arte Soulsavers, non sarà neanche sembrato vero di avere a disposizione il vocione più ambito degli ultimi anni, attorno al quale hanno cucito atmosfere su misura partendo da canovacci gospel, blues e spiritual trattati secondo i dettami del Bristol sound, con più di una concessione all’ambient. In una scaletta che ripartisce originali, strumentali e cover – non senza ambizioni: No Expectations degli Stones e Through My Sails di Neil Young, in duetto con Will Oldham), il risultato arriva senza sforzo. Se a sentire la rilettura di Kingdoms Of Rain (dal lontano Whiskey For The Holy Ghost) giunge puntuale un brivido, il resto è un ibrido fra I’ll Take Care of You e Bubblegum, rivisitato da Moby e Portishead, con Lanegan che dispiega gratuitamente tutto il suo inevitabile carisma un brano dopo l’altro. Un giochino d’effetto suggestivo, ma tutto sommato facile facile. Più che in quelle di crooner di extralusso, piacerebbe – finalmente! – rivedere il buon vecchio Mark nelle vesti di autore ispirato.

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