Recensioni

C’è poco da dire, il ritorno di Mark Lanegan con il nuovo album Blues Funeral dopo gli otto anni passati da quel piccolo capolavoro che fu Bubblegum lo aspettavano in tanti. Il Lanegan vero, questa volta, libero dagli opposti luce/ombra dettati da Isobel Campbell, dalle rimembranze del passato condivise con l’amico di sempre Greg Dulli nell’esperimento Gutter Twins, dalle fascinazioni elettroniche tentate nel doppio percorso con i Soulsavers.
La serata all’Estragon di Bologna diventa dunque un’occasione imperdibile per riascoltare finalmente un uomo la cui voce è da sempre speculare al percorso umano e musicale, una storia le cui pieghe hanno raccontato, di volta in volta, peccato e redenzione, caduta e risalita, ferita e guarigione. Ma veniamo alla serata-evento. Opening act: i Creature With The Atom Brain, formazione capitanata dal tastierista dei Millionaire Aldo Struyf, figura di spicco nella produzione di Blues Funeral.
L’esibizione del gruppo belga è poco più che una piatta lezioncina su vent’anni di musica rock: epigoni di bassa qualità di altri gruppi genericamente definiti alternative/stoner/noise, Queens Of The Stone Age in primis. I Creature With The Atom Brain tirano avanti per oltre mezz’ora con un repertorio fin troppo 90s e così poco coinvolgente che il pericolo che allo stesso Lanegan tocchi la stessa sorte balena a molti in sala.
I momenti per ascoltare Mark dal vivo sono stati abbastanza frequenti negli ultimi anni: una volta con la Cambpell, l’altra con gli U.N.K.L.E., ma a dirla tutta, in tutto questo tempo, l’ex Screaming Trees pare non esserci stato. Non sono bastate dunque, le interpretazioni impeccabili o il repertorio costruito su misura per lui, ancora meno la riabilitazione mainstream di qualche anno fa tra le fila dei QOTSA avvenuta per mano dell’amico Josh Homme.
Rivederlo torreggiante e monolitico come siamo ormai abituati a riconoscerlo, è un sollievo, una liberazione. Lanegan prende posizione sul palco, per non abbandonarla più: uno dopo l’altro, sfodera gli oltre venti brani riportando alla luce la sua vera sostanza, il songwriting, e presentandosi nel modo più sincero, come un uomo che ha vissuto anni tra nebbie e fantasmi ora superati ma che continuano a marchiarne a fuoco il percorso.
Protagonista di sempre è la voce, segnale di un Lanegan in stato di grazia perfettamente a suo agio sia nelle inclinazioni del blues elettronico dell'ultimo album, sia nei richiami country/folk. Sempre la voce, quella baritonale, nera e polverosa di sempre, è il miglior airbag contro i diversi problemi tecnici che hanno caratterizzato la serata e non hanno risparmiato nemmeno il riciclo del gruppo spalla. Quest'ultimo forse poco preparato nel gestire i momenti più corposi di Blues Funeral.
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