Recensioni

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Non mi stupirei se, da qui a qualche anno, alla voce “prolifico” su wikipedia m’imbattessi in un hyperlink con rimandi al faccione stralunato di Mark Kozelek. Quattro dischi in un anno, con altrettanti progetti e formazioni cangianti, sono dati che possono far impallidire solo il miglior Ty Segall, un altro che proprio non riesce a star fermo. Kozelek continua a bombardarci velatamente e in modo del tutto naturale, senza mai imporre nulla, e preferendo modalità di promozione lontane dalla frenesia degli uffici stampa odierni; niente foto, pochi annunci clamorosi, appena appena lo streaming del nuovo lavoro come a voler restituire valore all’unica cosa che conta in tutto questo fragoroso circo: la musica.

Ricapitolando, solo nell’annata in corso il musicista statunitense – tra fughe soliste e polverose cavalcate in sella al moniker Sun Kil Moon – ha dato alla luce prove del calibro di Common As Light and Love Are Red Valleys of Blood e 30 Seconds to the Decline of Planet Earth (qui in coppia con Justin Broadrick/ Jesu), oltre all’album di cover dedicato a Leonard Cohen, Night Talks EP. Tutti lavori accomunati da uno sguardo tagliente sulla contemporaneità – polemiche anti-Trump annesse – dove l’interiorità del musicista si trasforma in spazio di riflessione e contemplazione (Common As Light… era incentrato sugli eventi accaduti da gennaio ad agosto 2016 e su come Mark li avesse esaminati mentre viaggiava). In questo nuovo album collaborativo che riprende nel titolo i musicisti coinvolti, Kozelek sceglie il fido Ben Boye oltre a Jim White dei Dirty Three, incastonandoli in una dimensione intima e confacente alle necessità del Nostro.

Il registro stilistico è, al solito, di quelli rodati: versi slegati da piena fluviale, climax ascendenti e un’immutata cifra intimista su cui i due gregari provano a costruire un tappeto di suoni credibile. Ci riescono approcciando un’impostazione a tratti minimalista, altre volte al limite del post-moderno: sonorità inafferrabili talvolta volutamente fuori fuoco e che mirano a disorientare (House Cat), proprio come la prosa contorta e scivolosa di Kozelek, che da un lato cita quell’April a firma Sun Kil Moon su cui spruzza effluvi free-jazz (Topo Gigio), dall’altro punta ad un’acredine sonora-testuale meno domabile fatta di ritmiche serrate e bruschi rallentamenti (Fur Balls). A mutare è l’approccio alla composizione, ora derivante da una commistione di sentimenti contrastanti e che spaziano da momenti d’ilarità a disgusto per il mondo circostante (l’America oggi su tutto), passando per ricordi di amici e piccole gioie quotidiane. Input ben trasposti in questa prova, tanto da essere facilmente decifrabili. Eppure così tumultuosi e complessi da lasciare poco e niente all’ascoltatore: è come se tutto il magma sonoro/sentimentale alla base del disco facesse schermo lasciando filtrare pochissimo all’esterno. Un album che, in definitiva, fila via con leggerezza (se davvero è possibile utilizzare questo termine con Mark) ma senza lasciare tracce evidenti del suo passaggio. “Evitabile” è probabilmente il termine che meglio aderirebbe a questa prova, forse consolatoria per il Nostro, che – come racconta in House Cat – possiamo immaginare come un gatto annoiato che spia disorientato le inquietudini e le inutili preoccupazioni degli esseri umani.

La prolificità è una scelta che comporta non pochi rischi. Kozelek la vive con la sua solita urgenza comunicativa senza mai curarsi di compiacere i gusti del suo o di qualsiasi altro pubblico. Lo si può amare o averne piene le scatole ma questo disco suona come un passo falso, non il primo e sicuramente neanche l’ultimo.

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