Recensioni
Mark Fry è uno di quegli artisti assurti al ruolo di leggenda quasi casualmente, forse più per la sua natura sfuggente che non per i suoi reali meriti. Nondimeno Dreaming with Alice, prodotto in Italia nel 1972 e supportato addirittura da Lucio Dalla che qualche anno dopo volle proprio Fry in tour con lui, pur non superando realtà coeve di estrazione similare (Pentangle, Third Ear Band), fu a ben vedere realmente un piccolo capolavoro acid/prog/folk, rimasto atto unico per oltre trent'anni fino a Shooting the Moon del 2008, in realtà un po' sottotono.
Qui arriva la Second Language, che di quando in quando, ama riscoprire e magnificare artisti mitologici dimenticati o quasi (Vashti Bunyan, Pete Astor). Coadiuvato da questi The A.Lords, sigla creata per l'occasione da Michael Tanner (Plinth) e Nicholas Palmer (Directorsound), Fry, si produce in un lavoro intimo, suonato in punta di plettro, che trascina nel suo mood agreste già dallo splendido artwork del disegnatore Iker Spozio.
L'urgenza dei vent'anni si è fatta pacata e matura riflessività, che ha misura della tradizione e che guarda all'attualità, più che altro, in termini di estetica, di forma, ritagliandosi poi una propria nicchia personale che trova nell’etichetta di Glen Johnson (Piano Magic) ideale contesto. Tanner e Palmer creano scenari soffusi di chitarre acustiche ed hamonium, mellotron e pianoforte, archi e flauti, fisarmoniche e delicate distrazioni elettroniche, su cui Fry canta le sue canzoni quasi sospirando, con una voce che sembrerebbe non essere invecchiata di un giorno.
Sono le classiche armonie del folk inglese quelle illustrate in questi piccoli quadretti campestri, dalle strutture aperte e mutevoli. Piccole canzoni che rimandano ad una sorta di Nick Drake più pacificato, immerso in una natura che vive in forma di suoni d'ambiente (cinguettii, campane…), in un fruscio che fa da trait d'union alle singole tracce: dalla delicatissima apertura della titletrack, agli arpeggi di We all fall down che è splendida e toccante, fino al blues distratto di La lune. Gli arrangimenti sono ricchi ma minimali, discreti, ed alla fine si ha come l'impressione di aver seduto accanto ai musicisti durante una piccola riunione pomeridiana nel giardino dietro casa. Un album uscito già da qualche tempo ma assolutamente da recuperare, perchè se Dreaming with Alice ha il merito di aver saputo interpretare egregiamente il suo tempo, I lived in trees, il tempo, ha il pregio di travalicarlo.
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