Recensioni

7

Tutto ciò che precede questo disco ne sembra la più naturale premessa. Eppure ugualmente l'ascolto ci lascia stupiti. Piacevolmente stupiti. Eravamo rimasti ad un Klamath (anno 2009) nel quale Mark Eitzel insisteva col cantautorato contagiato d'elettronica che finiva per convincerci quanto la scelta non fosse convincente, soprattutto dopo quel The Golden Age che l'anno precedente aveva visto gli American Music Club rendersi protagonisti di una reunion di altissimo profilo. Poi sono successe un bel po' di altre cose, tra cui un infarto nel 2011 che quasi lo lasciava secco e la morte di Tim Mooney – storico batterista proprio degli AMC nonché dei Sun Kill Moon – nel giugno di quest'anno. Non proprio un periodo facile insomma per Mark, che pure ha trovato la forza per mettersi nel solco giusto e rientrare sulla scena in grande stile. Il suo stile.

Le tracce di questo Don't Be A Stranger sono lirismo colto da riccioli di fumo nel jazz club e dalle penombre di certe camere spoglie, qualcosa tra la baldanza sonnacchiosa Morphine (Oh Mercy, Why Are You With Me) e la placida inquietudine dei Lambchop (I Love You But You're Dead), tra i bozzetti più eterei del primo Tim Buckley (I Know The Bill Is Due) ed il laconico struggimento di Tim Hardin (Costume Characters Face Dangers In The Workplace), per non dire dell'immancabile aura dell'amatissimo Leonard Cohen (Lament For Bobo The Clown). Se c'è un difetto, va cercato nel fatto che la sobrietà espressiva a tratti sembra mettere il guinzaglio alla vena soul, meritevole di ben altre evoluzioni. Ma per il resto è un disco riuscito che senza eccessivi colpi di genio ci restituisce uno dei migliori cantautori statunitensi quasi al suo meglio. In bocca al lupo Mark, di cuore. 

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