Recensioni

Basterebbe citare autori e label per zittire i più restii. Rudresh Mahanthappa al sax alto, il suono di un gigante che stende il sacrificio Veda a New York: quando vuole romantico, quando deve virtuoso, quando può alla ricerca di venti perduti e senza più nomi. Tom Rainey e Michael Sarin alla batteria, il loro suono è tondo come una bevuta di mate e flesso fra gli elementi. Michael Dessen al trombone, una trama filamentosa e uno sviluppo purpureo che si perde in lava di spifferi. Denman Maroney all’ hyperpiano – cioè un piano preparato – di una caratura contemporanea e mai aleatoria. E poi il deus ex machina, Mark Dresser, che rilegge traiettorie e ritmica da basso flirtando col miglior Mingus, ma pure con tutta un’ombra di muro avant, figliastra del cool, e di free, figlio del be-bop.
Dunque veniamo ai padroni di casa, parliamo di Clean Feed, di quel Portogallo che affina e alimenta saudade e tessiture. Anzi no, non parliamone, lasciamo che il tempo faccia respirare le mura di questa bella casa di un’aria sempre rinfrescante. Mark Dresser Quintet ha inciso l’anno scorso queste fascinose sette tracce al Tedesco Recording Studio, pied à terre di Joe Lovano, Dave Holland, Anthony Braxton e William Parker (ma la lista potrebbe non finire qui). Una specie di comune jazz nascosta tra le 25 mila anime di Paramus, New Jersey, Stati Uniti d’America. Prima di tutto il nome da dare al tutto, Nourishments, e una copertina che rafforza il concetto espresso nel titolo. Voglia di nutrimento. E infatti una traccia ha un esplicito riferimento culinario, visto che è dedicata al famoso cuoco californiano Paul Canales (Canales Rose).
Ma non è solo questo, visto che questi brani dovrebbero portare in dote certi vissuti del quintetto, specialmente nella tenzone fra tecniche di estensione ed elettroacustica. Invece a tal proposito è proprio Dresser a smentirci nelle note di presentazione. Nourishments nasce dall’idea di poter far rivivere la tradizione del jazz sotto una propria lente, estendibile a chiunque volesse darne versione: armonia, contrappunto, swing, libero pensare in libera metrica, timbro, forma e sentimento. Perciò, essendoci di mezzo tanta tradizione (che non vuol dire rivisitazione), capita che nella mischia alcuni brani facciano un tantino sbadigliare, sia per muscoli che per lungaggine (Telemojo, Canales Rose), eppure in alcune parti riescono comunque a lasciare il segno.
Certi momenti, se non proprio per intero almeno nelle fessure più poste in rilievo, sono da incorniciare, anzi no, da esporre. Para Waltz è un valzerino jazzato che ama attendere su microcosmi di tono, Aperitivo si apre ad un sentimento effimero che gira attorno ad un do minore blues su cui Mahanthappa può sfoggiare il tiro e Dessen la commedia spinta. Il divertimento che si precisa in Rasaman è quasi bandistico. Inizialmente scritto per sitar, qui cresce nel sesso armonico, modulato dai battimenti percussivi, espanso nel gioco di tempi fra orchestrazione e basso. Un prodotto imprescindibile.
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