Recensioni

4.5

Franco Battiato è il nume tutelare del mio lavoro”. Mario Venuti lo ha presentato così il suo ottavo album da solista. Un disco molto ambizioso, studiato e scritto a sei mani con il fido Kaballà e Francesco Bianconi. Un lavoro interamente imperniato sul declino della società occidentale, tra periferie e province (mentali e non). Un concept album, si sarebbe definito in altri tempi, tra Pasolini e i Savastano. Purtroppo però, il nume tutelare non basta a giustificare Il tramonto dell’Occidente.

Un risultato che lascia indubbiamente con tanto amaro in bocca e per svariati motivi. E dire che le buone intenzioni ci sono tutte: il leader dei Baustelle che prova a dare una mano nel confezionare testi con un peso specifico maggiore rispetto al passato, i duetti con Alice, Giusy Ferreri, il succitato Battiato e Nicolò Carnesi, le sonorità che strizzano l’occhio all’elettronica pop anni ’90. E poi c’è Mario Venuti che, piaccia o no, tra Denovo, brani propri e testi scritti per altri nel panorama mainstream italiano, si ricorda sempre con piacere.

Un risultato, dicevamo, è però un po’ deludente: come già accaduto con Recidivo (2009) e L’ultimo romantico (2012), il cantautore catanese ricade su sé stesso, in una poco credibile declinazione alternativa della sua musica che non riesce a comunicare nulla di nuovo, di diverso, né di pop, nel significato più semplice del termine. Neanche Ciao American Dream, opaca versione italiana di Ashes of American Flags dei Wilco, riesce a risollevare le sorti di un lavoro che conosce nei duetti e nella opening track Il Tramonto i suoi momenti migliori. Quest’ultima dovrebbe essere il manifesto del disco, la dichiarazione di intenti, un miglioramento certo fa sperare e, invece, tutto nasce e finisce come una occasione mancata.

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