Recensioni

Il teatro è vita e la vita è teatro. È un paradigma che potrebbe adattarsi bene a tutto il discorso cinematografico imbastito da Mario Martone nel corso di un’intera e illustre carriera. Dopo l’ideale trilogia storica (Noi credevamo, Il giovane favoloso, Capri-Revolution) è ancora la potenza del teatro a fare capolino negli occhi del regista napoletano, con l’esperimento de Il Sindaco del Rione Sanità volto essenzialmente a veicolare l’imperituro messaggio del testo di De Filippo alle nuove generazioni, la cui percezione della città partenopea è ormai strettamente legata a un unico tipo di rappresentazione (si pensi agli adattamenti delle opere di Roberto Saviano, da Gomorra a La paranza dei bambini).
Così, a pochi mesi di distanza dall’ennesimo balzo indietro nel tempo (Qui rido io), Martone opta per un racconto che più che contemporaneo è eterno, con l’intento di restituire un’immagine quanto più fedele possibile della sua città, slegata in parte dall’immaginario visivo che l’ha caratterizzata in questi ultimi 15 anni almeno. Così, Felice – che dopo un’assenza di quarant’anni torna nella sua Napoli per riallacciare rapporti di sangue – appare completamente smarrito ma anche rapito dalle strade che un tempo era solito frequentare da ragazzino. Il suo è un volto colmo di rimpianti, e la paura è sempre dietro l’angolo, ma non è sufficiente a distrarlo dal suo peregrinare solitario. Sintesi contemporanea tra un consapevole Virgilio e uno smarrito Dante Alighieri, il Felice di Pierfrancesco Favino (abilissimo nel rendere il suo personaggio un estraneo non solo dal punto di vista linguistico ma anche da quello spirituale), maschera che potremmo cucire addosso a ognuno di noi, cammina tra i vivi e i morti, rivede e sogna fantasmi, va alla disperata ricerca di un ripianto che da una vita intera lo tormenta e lo distrae da quanto costruito fino a quel momento.
Una vera discesa nell’inferno più tangibile e allo stesso tempo inafferrabile, quella che porta il protagonista faccia a faccia con Oreste, amico fraterno di un’infanzia a suo modo idilliaca (e per questo filmata in modo sfacciatamente didascalico), ora tramutatosi in piccolo boss della camorra. Eppure, Felice sa bene che quello che gli si para davanti non è solo il suo vecchio compare, è anche il se stesso che sarebbe potuto essere se non avesse lasciato Napoli, se non fosse fuggito senza dire una parola. Riallacciare i legami di sangue per pagare col sangue. Non sembra esserci altra strada. La nostalgia che si trasforma in conoscenza prima e accettazione poi. La città come un campo di battaglia nella quale ogni giorno si sfidano due fazioni contrapposte. Eppure, la speranza non è mai fuori campo, ma è sempre rappresentata in modo forte e deciso. Una comunità che resiste, che si batte, che ha conosciuto l’orrore e senza alcuna ingenuità prova a opporsi a un sistema perverso, apparentemente inscalfibile.
Martone prende il romanzo di Ermanno Rea e lo fa suo, trasfigurando una riconoscibilissima Napoli in un luogo quasi magico, favoloso e terribile. Felice rifiuta le illusioni che hanno caratterizzato la gran parte della sua esistenza (la sua vita fuori da Napoli è solo un riflesso sbiadito fuori campo) per donarsi nuovamente all’imprevedibilità, al caos, al dolore. E cos’è la nostalgia, se non un eterno ritorno ai luoghi (fisici o astratti) del dolore?
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