Recensioni

Sarebbe troppo facile catalogare l’esordio di Marina Allen, giovane songwriter losangelina, in un filone passatista e nostalgico di un’epoca – gli anni Settanta – che hanno dato tanto alla musica folk americana. Basterebbe prendere i due minuti di Original Goodness per trovarci tutti gli ingredienti: la chitarra acustica quasi in solitaria a sostenere l’afflato spirituale di una linea melodica semplice, quasi innodica e misurati raddoppi vocali. Ma già dalla più muscolare Belong Here – al netto di un tema ambientalista un po’ cheap («California is on fire / New York is underwater») – Allen mostra che sa sparigliare le carte e non vuole solo essere un emulo di Laura Nyro, Carole King o Joni Mitchell: basso pulsante, percussioni etnicheggianti, voce che non rispetta sempre la scala temperata. Niente di tutto questo la sposta davvero fuori dal solco che ha scelto di percorre (Laurel Canyon sound, West Coast, sunshine pop), ma ne offre una esplorazione se non altro meno scontata.
Ophelia tocca un tema caro alla scrittrice di San Francisco Rebecca Solnit, ovvero la necessità di emanciparsi dalla famiglia per cercare il proprio posto nel mondo, riecheggiando la stanza tutta per sé di Virginia Woolf. Believer tenta un mix altalenante di cantato e spoken word, mentre Sleeper Train e Oh, Louise sono i due brani più innervati di pop, che probabilmente la faranno amare dal pubblico più radiofonico (che negli States continua a contare molto, in termini di vendite e visibilità).
Chiude il discorso una Reunion piano e voce che sembra proprio un omaggio alla Lady of the Canyon. Un esordio breve, poco più di 18 minuti in 7 brani, ancorato completamente alla cultura californiana, che convince ma che forse manca di uno o due brani davvero in grado di lasciare il segno.
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