Recensioni

Originaria di Oakland, Maria BC non è la classica figlia della bay area. Non è nemmeno la classica folk singer, che a suon di chitarra e ugola affilata, si strugge sulle umane miserie fornendo l’ennesima imitazione di Vashti Bunyan o Anne Briggs. Qualche indizio sulla sua strana alterità si era già intravisto nei precenti Devil’s Rain e Hyaline, ma il nuovo Spike Field si incarica di inquadrare meglio un songwriting strano, obliquo, irregolare. Onore al merito di Sacred Bones che pubblica il disco in uno slot distributivo perfetto, perché sarà difficile trovare quest’anno un lavoro più autunnale di questo.
Spike Field è una collezione di canzoni registrate in presa diretta, con alcuni inserti strumentali che quasi sempre fanno la differenza e contribuiscono a dare un tono malinconicamente lugubre. L’uno/due iniziale dei due singoli Amber e Watcher è la fotografia perfetta di uno stile che attorno alle spartane note di chitarra, centellinate una ad una, apaticamente, smuove l’arrangiamento con suoni ambientali e sparute note di piano. In Still addirittura c’è il passaggio di consegne tra chitarra e piano, con eco e riverberi a fare da sottofondo. La sensazione è straniante, perché sembra che ci sia sempre qualcosa di non propriamente a fuoco, qualcosa di fuori posto.
Non poco deve aver influito la collaborazione dello scorso anno con Rachika Nayar da cui deriva tutto un lavoro sull’ambience di corredo che in alcuni casi diventa sostanza dei brani e sfocia negli episodi più sperimentali, come [a backlit door] o Lacuna. Questo suo lato più arty la avvicina in qualche modo ad alcuni episodi della compagna di scuderia, Indigo Sparke o a certe cose di Ethel Cain, ma contrariamente a quest’ultima non sfocia mai nell’horror tout court. Piuttosto trova un’equilibrio tra slancio etereo e architrave folk, diventando di fatto una sorta di via di mezzo tra Julee Cruise, Grouper e l’indimenticata Jessica Bailiff. Il folk di Maria BC è un riflesso intravisto di sfuggita nel movimento fugace di uno specchio.
I testi riflettono la musica. Evocano immagini di un passato indimenticabile, visto dalla lente della memoria in un eterno ritorno, che articola i ricordi come un mucchio di polaroid sparse sul letto. Veri e propri flash dal passato, come l’episodio di Return to Sender: “When you write / Blue thumbs stain your return address / So I’ll just let my answers get sent back there / No debt, no lack” o in Daythinker: “Sunrise envied some light in you/ Went out, hunted blank rounds, the chemical traces / Come back with care, and brush out my carelessness / And tears, here, I’ll show you my focus / Show you”. La chiusura della title track, per la quasi totalità strumentale, lascia al silenzio poche rapide parole che hanno il sapore di un monito: “Blight / Beneath this sign / Remains in your time / As in ours / Stop”.
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