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6.9

Quattordici minuti e trenta secondi: dura neanche un quarto d’ora laSuite Love di Marco Parente. Quattro brani che vanno a costituire una “staffetta emotiva” attorno alla tematica dell’amore composta “a seguito di un’accordatura sbagliata alla chitarra“. Tutto nella norma per un cantautore da sempre bravissimo a unire stimoli artistici “estemporanei” a uno stile musicale personale e riconoscibile.

In Suite Love – prima puntata suonata tutta d’un fiato di una trilogia – si parte da un approccio intimista costruito sulla sei corde acustica, finendo per dar vita a un piccolo gesto rivoluzionario (un disco che, metaforicamente, canta del rispetto per il nostro essere esseri umani e del rimanere positivi anche quando tutto rema contro) in tempi caratterizzati da una tensione sociale e culturale devastante. “Quando l’odio chiama lascialo chiamare“, si canta nell’iniziale Sentimento Oggetto I, linkando quel “la mia rivoluzione a colpi di grazie” del fu Trasparente e confermando il concept del disco. Del resto “l’amore non è mai come sembra, perché l’amore come lo vorresti non esiste, quello passato nascosti sotto un letto sperando che ti venga a cercare, non esiste” (Sentimento oggetto II) e “se dico amore, io dico amore anche al non amore” (Sentimento oggetto IV).

Nonostante le tematiche affrontate e la semplicità della confezione, non c’è retorica da figli dei fiori o da cattolicesimo versione messa domenicale in Suite Love, e tutto appare lineare senza suonare banale. La musica segue l’approccio diretto dei testi, cantautorato onirico e sospeso prodotto dal bravo Taketo Gohara (tra gli ultimi lavori, Odio i vivi di Edda) e cesellato da contrabbasso, banjo, vibrafono, xaphoon, fiati e archi suonati da Alessandro Stefana, Filippo Pedol, Sebastiano De Gennaro, Mauro Ottolini, Gianluca Carlone e dal Quartetto Edodea.

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