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7.2

Coerentemente, Marco ti spiazza. Arriva al suo quarto disco in studio da dieci anni a questa parte e scopri che è solo il primo “lato” di un doppio che si completerà – sembra – a febbraio del 2006. Un lavoro conciso – circa trentacinque minuti – e più impulsivo del predecessore Trasparente, rispetto al quale evita la strisciante deriva verso il “format alternativo”. Ovvero, è pressoché privo di riferimenti immediati al rock che gira intorno, benché di rock senza alcun dubbio si tratti. Si è consumato cioè un riavvicinamento alle posizioni di Testa dì cuore, con Parente che non si cura troppo di collocare i testi nella musica, ma cerca la musica che il testo già contiene o può contenere, senza timore per gli eventuali spigoli, le asprezze, l’antigraziosità.

E’ la solita “poesia” di Marco, quel muoversi fragile e brusco, struggente e tagliente, impalpabile e viscerale. Quello scorrersi dentro alla ricerca della definizione di sé, nel mondo e del mondo, tra cuore testa e trasparenza. Come un interrogativo appeso in mezzo alla gente, al “passaggio” della gente (questo il tema di Io aeroporto, sorta di soul pressurizzato che nel giro di due strofe esplode d’allarme e delirio). Il discorso si approfondisce quando ti accorgi che anche il suono è trattato allo stesso modo, è armonico e organico alla parola, anzi il suono è anch’esso in un certo senso parola (proprio come la parola è anche suono), e quella chitarra rarefatta e un piano densissimo parlano assieme al canto stentoreo di Un tempio (cui le rifrazioni irreali del mellotron, la pulsazione cardiaca e un banjo che sembra l’accartocciarsi dell’anima regalano fremiti spettacolari).

I riferimenti dunque sono sparsi, frastagliati. Possono venire in mente certi Radiohead o un Brian Eno esotico (nel ritornello e nelle strofe di Lampi sul petto), o il cinismo romantico dei Marlene Kuntz (tra la melodia allibita e il drumming marziale di Trilogia del sorriso animale: III sorriso), ma sono colori in dileguare, meno significativi delle impronte lancinanti dei timbri, dei curiosi singulti, delle languide vaporosità, dei turgori crudi (come quelli dispersi nella scivolosità jazzy di Amore o governo). Un ascolto non facile in definitiva, che si svela passaggio dopo passaggio, che piega il brusco in dolciastro, fa brillare le intuizioni e ispessisce le atmosfere. Così è per la frase di piano sospeso e il banjo meccanico nel mambo luttuoso Wake up, così è per la ritmica sussultante, i riverberi fantasma e la frenesia rock’n’roll de Il posto delle fragole, così è per i fruscii minacciosi, le percussioni colorate e il piano nudo – disarmato, stupefatto – di Colpo di specchio (un plauso all’azzeccato chimismo con Enrico Gabrielli ed Enzo Cimino, che portano in dote un po’ della disinvolta bizzarria Mariposa). Il giudizio è quindi ampiamente positivo, tuttavia è un “per ora”, sospeso in attesa del resto che sappiamo. Mi sbaglierò, ma questa incompiutezza sembra programmata ad arte, sembra un po’ emblema autoironico di Parente stesso, al quale proprio d’essere artista incompiuto viene spesso rinfacciato. Come se fosse un difetto.

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