Recensioni

Si scrive “jazz-fusion”, ma in realtà si pronuncia “creatività”. Il trio composto da Marco Magnelli (chitarra, autore di tutti i brani), Carlo Cimino (contrabbasso) e Francesco Gregorace (batteria) si muove in un limbo fatto di sei corde quasi sempre pulite, intime ma sbrigliate, e di un tessuto ritmico abbastanza elastico da sopportare il peso di un suono che è atmosfere e altalene melodiche avventurose.
C’è una grande grazia nei passaggi, ad esempio nei cambi armonici di un brano attendista e malinconico come Aroma, ma anche un tendersi dei nervi che abbraccia le dissonanze (una Momenti che, tra le altre cose, gioca a rimpiattino col blues), circumnaviga lo swing su walking bass (Educa), ammicca di riflesso al free (Travolti), in brani dai suoni minimali e diretti, ma tutt’altro che ovvi nelle geometrie. È un inseguire l’improvvisazione e la sbandata controllata in un’imprevedibile terra di mezzo tra generi musicali, come in una conclusiva Sorgente che in certi passaggi sembra vicina al prog, ma si fa anche crepuscolare e orientaleggiante su un contrabbasso in bilico tra archetto e ruolo di sarcastico contraltare per le distorsioni della chitarra.
Un disco raffinato nelle idee, prima che nella forma, e al tempo stesso veicolo di una freschezza che non è mai ingenuità e nemmeno replica telecomandata dell’istituzione jazz. Da scoprire.
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