Recensioni

Un fantasma si aggira da anni – da sempre – nel gran teatro degli appassionati di musica popular, di qualunque genere si tratti, dal blues all’hip-hop passando da folk, soul, rock e varie declinazioni. Si tratta in realtà di un interrogativo palpabile già nella piuttosto pelosa diatriba canzone vs. poesia, con la quale ci siamo trastullati non poco nei giorni dell’assegnazione del Nobel a Dylan, ma che alle nostre latitudini infiamma dibattiti (di cui in realtà non si è mai sentito il bisogno) da tempo immemore, ovvero da che esiste la figura mitologica del cantautore.
La questione – il suddetto fantasma – è in realtà più vasta e assieme sottile: dove passa il confine tra musica e letteratura (e viceversa)? Quanto è ampio e quanto è poroso quel confine, quanta sovrapposizione si consuma tra questi due mondi così diversi e affini? In che modo i due codici sono incompatibili e inevitabilmente incastrati, un intrico di vene e un confondersi di battiti, di rigetto e attrazione? Diversi, distanti, ma uno?
Marco Denti, giornalista di lungo corso (Mucchio Selvaggio, Buscadero, Pulp, Late For The Sky…) e scrittore (di saggi – Alias Bob Dylan, U2 a Sarajevo… – e dallo scorso anno, con Forze speciali, anche di fiction) ha compiuto in Storie sterrate un viaggio – in lungo, in largo, in obliquo, scavalcando staccionate e scardinando serrature, scoperchiando botole e attraversando varchi – proprio lungo quel confine problematico, misterioso e perciò – perciò – ricco di risvolti, connessioni, rivelazioni.
I capitoli sono cinquantotto, piuttosto omogenei per lunghezza (ovvero brevi: circa quattro pagine ognuno), focalizzati su uno specifico musicista o scrittore ma con licenza di svariare, svicolare, tralignare (dicevamo appunto dei varchi e delle botole…), tanto che proprio questo contrasto tra una certa rigidità strutturale – dei capitoli/pillole – e l’elasticità interna ai capitoli stessi diventa il carburante che fa girare il motore, la promessa di una deriva pilotata che si rinnova pagina dopo pagina, mimetica del resto a quello che succede con la musica migliore e coi libri migliori. Una promessa che descriverei parafrasando ciò che Denti scrive a proposito di Nick Cave: l’impressione che crei labirinti in cui i suoi (e nostri) demoni possano perdersi.
La missione è: scrutare nel territorio oscuro dove il genio musicale e quello letterario si mischiano, si nutrono vicendevolmente, innescano reazioni chimiche responsabili di vampe strabilianti. Gli artisti chiamati in causa da Denti spesso (quasi sempre) oscillano tra le due dimensioni, le abitano simultaneamente come proiezioni quantiche, significano proprio in virtù di questo equilibrio tra contraddizione e compenetrazione. Il loro misurarsi con un’altra disciplina non è un’invasione di campo né tantomeno uno sfizio velleitario, somiglia più a una propaggine naturale o in certi casi a un compimento (vedi il caso di Willy Vlautin, ormai più noto come romanziere che come leader degli ormai disciolti Richmond Fontaine).
È per questo che l’obiettivo si sposta con tanta agilità, scomodando connessioni sorprendenti ma niente affatto improbabili. Ecco quindi che, affrontando la vertiginosa semplicità della poetica di John Cage, il lettore finisce colpito in pieno da un’affermazione del romanziere e saggista Rick Moody: “la letteratura, pur manifestandosi sulla pagina, è un fenomeno acustico”. Ed ecco che, ripercorrendo l’ingovernabile parabola di Shane MacGowan, t’imbatti in una sentenza luminosa di James Joyce: “La poesia, anche quando è apparentemente fantastica, è sempre una rivolta contro l’artificio, una rivolta, in un certo senso, contro l’attualità”. O ancora, ecco che seguendo le orme di Elliott Murphy (uno che “il rock’n’roll era la sua droga e la letteratura la sua religione”) finisci per fare slalom tra Henry Miller (“L’arte indica solo la strada verso qualcosa che sfugge non solo al pubblico, ma molto spesso all’artista stesso”) e Bob Dylan (“una canzone è qualunque cosa cammini da sola”). E via discorrendo.
Denti è bravo a scrivere con passione senza lasciarsi sopraffare dalla devozione (e per nomi come Neil Young o Leonard Cohen ne avrebbe ben d’onde) così come a non dare corda al piglio da critico sensazionalista, vedi la lucidità del capitolo su Morrissey (non certo uno scrittore eccelso, ma i cui testi hanno impollinato la fantasia di autori come Douglas Coupland, Irvine Welsh e Jonathan Coe) o quello dedicato a Billy Corgan, autore di un volume di poesie non proprio memorabili al quale tuttavia si deve una delle citazioni più acute: “non mi sorprenderebbe se d’ora in poi la gente leggesse le poesie quando le canzoni sono ormai lontane”.
(Mi si consenta l’inciso: proprio questa “lontananza delle canzoni” è un sottotesto a mio avviso cruciale: uno dei motivi per cui ho particolarmente apprezzato Storie sterrate è proprio la costante allusione alla storicizzazione di un certo tipo di musica – blues, folk e rock soprattutto – il cui punto focale sembra essersi spostato sensibilmente dalla realtà alla pagina, quasi che avesse accettato il fatto di non rappresentare più il suono del tempo e quindi si fosse consegnata – rassegnata – al tempo della riflessione, della scrittura e della lettura. Della Storia, appunto. Non posso trattenermi dal confessare: mi capita spesso di trovare più emozionante la musica che leggo di quella che ascolto. Mi capita sempre più spesso. E, vi assicuro, non è una bella sensazione. Provo a consolarmi ipotizzando che magari dipenda da me, che sia colpa dell’età – la famigerata mezz’età – ma, ecco, forse no. Forse no).
In conclusione: Marco Denti ha confezionato una raccolta di riflessioni dense e dinamiche – o, se preferite, un dispenser di percorsi intriganti e (perché) trasversali – che si candida a rappresentare il perfetto livre de chevet per quanti non hanno ancora capito se amano più le pagine o i solchi, ma sono certi che non potrebbero mai rinunciare a nessuna delle due manifestazioni di ciò che più amano sentire.
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