Recensioni

In tempi di barriere e confini abbattuti, fondere più generi tra loro rischia di diventare ormai l’ennesima scappatoia di tanti sprovveduti avventori volti ad accattivarsi maggiore audience andando a pescare qua e là brandelli di una musica sempre più ripiegata su se stessa. Eppure Mano Le Tough – Niall Mannion per gli amici – sembra davvero non correre questo pericolo. Lungi dal proporsi di ridefinirne quegli invalicabili confini, il suo lavoro mira semplicemente ad addolcirli, pronto a coglierti di sorpresa con un ibrido di dieci canzoni dance-pop che cavalca fiero l’onda del populismo, ma con classe, dimostrando come si possa intellettualizzare la dance senza risultare boriosi e scendendo a compromessi con lo spauracchio del pop. Non pago, si concede pure il diritto di filosofeggiare – con la sua voce, per la prima volta in rilievo – e, da impeccabile cantastorie, indulgere su quanto siamo vittime inconsapevoli di un’epoca in cui Cannibalize e “categorize” suonano come più di un semplice gioco di parole. Dopo diversi EP su etichette di prestigio, Internasjonal e Buzzin’ Fly in primis (per l’album di debutto), il matrimonio con la Permanent Vacation sembra allora pressoché combinato, come appaiono prevedibili i paragoni con il presunto mentore John Talabot.
Rispetto agli esordi, c’è ancora quell’abilità nella creazione di un’eclettica tavolozza di suoni, ma qui l’artista è soprattutto interessato al profilo melodico ed emozionale e gli arrangiamenti ritmici sono più aperti. Con un inedito mix tra Arthur Russell, Kerrier District e un Matthew Dear posseduto da Bowie, Changing Days combina a testa bassa pop-elettronica sognante, pseudo-folk destrutturato e colorate suggestioni baleariche cosmic-disco, associate a un cantato contemplativo e intimista. Il tutto in un esorcistico calderone di rimandi più o meno colti che, non rinnegando nulla, interviene a nobilitare tutto.
Pur non dotato di particolari qualità canore, Mannion riesce a utilizzare la voce al pari di uno strumento e in maniera versatile, talvolta alterandola e modificandola (il vocoder bluesato di Please e quello più groove di A Thing From Above), talvolta nuda e cruda (l’orchestra patchwork di Everything You’ve Done Before, il kraut-rock neo-Padilliano di Primative People), ma sempre efficace e funzionale. Un forte senso di sviluppo narrativo spinge anche i brani strumentali: Nothing Good Gets Away e Moments Of Truth si dispiegano al contempo ambient e futuristiche, con synth che come spade laser ci confondono tra passato o futuro, mentre il calpestio lento della title track e dei suoi arpeggi piroetta, in coppia con tamburi offset, verso una foschia tropicale di sottofondo dagli echi Pional o Delorean, nel flusso di una calda boccata oceanica che con The Sea Inside chiude il lavoro.
Gran parte del disco alterna così una successione di altipiani, muovendosi lungo le linee di una coerente logica interna che rimane sempre umilmente al servizio dell’ascoltatore. A volte Mannion si lascia un attimo sopraffare dalla bellezza seducente della sua musica, come nell’eccessiva suspence introduttiva dei droni di Dreaming Youth, Critical Mass docet. Ma sono meri dettagli. E mentre altrove il variegato buffet stilistico rende molti succubi di un vacuo sperimentalismo a vicolo cieco, qui trame e orditi differenti sono tessuti insieme in un variopinto arazzo che, nonostante le sfumature individuali, acquista un fascino particolare quando lo si assapora nell’interezza di un vero concept album. Un organico orizzonte sonoro a 360 gradi, tutto atmosfere e toni cinematografici, che non soffre la stratificazione di singole hit da superclassifica. Molto più del “momento mani in aria alle 05:00 in un club”, e molto meno di una “schmaltzy” serenata autoreferenziale.
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