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«Questa non è una macchina, è uno shuttle, è grandiosa», sembra proprio di ascoltare il beffardo Ciampi che si vantava di un utopico sottomarino da regalare all’amata nel racconto ironico e surreale fatto da Mangiacassette, progetto solista di Lorenzo Maffucci, musicista toscano attivo in formazioni come Solki, Stres, Betti Barsantini, Alessandro Fiori, e Tribuna Ludu.

Secondo capitolo di una trilogia senza finale, Il Sacco Si Rovescia è un mondo di carta stroppicciata e gusto analogico fra l’ambient e il più spassoso cantautorato. Registrato su cassetta con un quattro piste che – come narra lo stesso Maffucci – ha smesso di funzionare subito dopo, è un disco che parla – splendidamente – del modo di analizzare il dolore, di vivere un tormento e pensare al proprio passato. Come dentro a un cantacronache della quotidianità più distratta e tenera, Mangiacassette descrive un’archeologia del dispiacere con delicata intelligenza e sapiente umorismo.

Se serve del tempo per entrare nella schiera di amici e confidenti del recitar cantando di Maffucci, più immediata è l’empatia emozionale provata in quell’esegesi del dolore, trama orizzontale del disco; ogni caduta ha una propria storia, toccante e suggestiva, ogni speranza di risalire la china vive un personale senso della pietà umana. Il suono, che appare una lunga variazione su tema, sviluppa un minimalismo di fruscii e accordi volto a far affezionare l’ascoltatore in questa accorata avventura di pensieri fissi e silenzi preziosi. Tra i vasi etruschi di Ecco un gioco che ti dico bene e la sterpaglia incendiata di Si separano le mani le foglie anche le famiglie, c’è tutto il freddo delle parole di Maffucci, pronunciate ora con disprezzo ora con morbida innocenza.

Quel modo di portare la voce, al limite di una cacofonia lo-fi, sposa perfettamente il senso di vuoto e confusione delle liriche di un disco che scoppia di solitudini, treni persi e abbracci mancati.  Si avverte tutto quel reale dolore di cui canta Maffucci nella conclusiva Un amore tiepido, sonica verità di una vulnerabilità canzonatoria e disagiata. C’è l’allegria nervosa e il pianto sardonico in questo vaso di Pandora ormai aperto, un sacco di carta gialla sgualcito e svelato in tutta la sua normalissima umanità. Con una zavorra ai piedi, di dolci rimpianti e solenni pretese, Mangiacassette rincorre musica e parole finché quello shuttle non lo porta lontano, dalle ferite, dalle idee che non ci spettano.

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