Recensioni

Torna il batterista più hype dell’ultimo decennio e lo fa, al solito, a modo suo. Ovvero sovvertendo (lievemente eh, sia chiaro) le regole del gioco e uscendosene con un disco che raccoglie distinti 4 ep (Hidden Out, PopUp Shop, Techo Logic e The Peoples Mixtape) usciti contemporaneamente e che riattivano, se mai ce ne fosse bisogno vista l’iperattività del nostro, l’idea sonora di Makaya. Ovvero di quella che preferisce chiamare “organic beat music” piuttosto che semplicemente jazz (probabilmente anche in onore di Don Cherry) e soprattutto quella della modalità compositiva prediletta dal newyorchese: lavorare sulle improvvisazioni, in studio così come on stage, con musicisti, e conseguentemente strumentazione e approccio, spesso diversi e/o interscambiabili come si trattasse di un immenso collettivo mobile e poi, in un secondo momento, riprendere il tutto, rielaborarlo in modalità taglia&cuci tra editing, sovraincisioni e aggiunte varie. Quanto di più vicino al Teo Macero del Miles Davis elettrico, per intendersi, e quanto di più strutturalmente vicino all’idea fondante del Makaya-pensiero, ossia che l’improvvisazione diventa composizione (e viceversa) e che la musica sia fluida e quasi traspirante.
Anche nel caso di Off The Record della partita sono gruppi di musicisti ruotanti intorno alla galassia International Anthem come Ben Lamar Gay, Junius Paul, Jeff Parker, Josh Johnson e Jeremiah Chiu, per citarne solo alcuni, ma soprattutto situazioni diverse nello spazio – dal Public Records di Brooklyn al 90mil di Berlino, passando per il Nublu di New York e il The Hideout di Chicago – e nel tempo, raggruppando, o meglio prendendo spunto da registrazioni dell’ultimo decennio (dal 2015 di alcuni passaggi di PopUp Shop al 2025).
Sì, un bel ginepraio, ma solo a livello di ricostruzione filologica, perché il bello è che, come spesso accade nella discografia di McCraven, le differenze non si notano affatto e il tutto risulta ben coeso e soprattutto organico. Il jazz-dub di Battleships e le innervature elettroniche di Technology, il post-jazz-rock di Strikes Again e il jazz notturno e cinematografico di News Feed, il funkettone seventies di Dark Parks e l’iridescente e ritmicamente tentacolare The Beat Up vivono delle stesse energie e dinamiche e soprattutto hanno tutte pari dignità nella concezione dell’ideatore.
Ovvero – sono le parole con cui Makaya si rivolge al pubblico nel primo pezzo del primo ep, ovvero YoYo Intro – l’idea di una “spontaneous composition” senza soluzione di continuità in cui si fondono vari linguaggi e vari atteggiamenti. Musiche di un oggi onnivoro e spesso caotico, apparentemente senza direzione né ideologia messe però a sistema da una delle menti più vivide e soprattutto lucide di questi tempi caotici e confusi.
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